Ci vediamo su RAI 3, martedì 9, un po’ prima del pranzo?

8 Febbraio 2010

Martedì 9 febbraio, alle 12.45, sarà trasmessa una puntata della rubrica “Le storie. Diario italiano” di Corrado Augias interamente dedicata al mio libro “Il Dio dei mafiosi” (San Paolo, Milano 2009). L’intervista l’ho già registrata a Roma e sarà mandata in onda, dunque, in differita.

Una città di m…?

4 Febbraio 2010

“Repubblica - Palermo”
2.2.2010

I CANI, CAMBRONNE E LE VIE DI PALERMO

Gli storici raccontano che, all’ingiunzione di arrendersi a Waterloo, il generale napoleonico Cambronne abbia risposto agli inglesi con un laconico: “Merde!”. E’ da allora che in Francia le persone educate usano un elegante perifrasi: “le mot de Cambronne”. In Sicilia non siamo così raffinati, ma abbiamo a disposizione una serie di sinonimi per difendere la nostra onorabilità: dagli infantili ‘cacca’ e ‘pupù′ ai dotti ‘escrementi’ e ‘feci’.
Per quanto strano possa sembrare, tanta è la cura nell’evitare di nominare i prodotti naturali della nostra attività digestiva quanta l’incuria nell’evitare di lastricarne le nostre strade. No, per carità: non è frequente (anche se mi è capitato più di una volta di assistere alla scena pietosa offerta da una povera matta senza fissa dimora) che un cittadino alleggerisca in pubblico le viscere costipate. Ma frequente, anzi frequentissimo, anzi abituale è che un cittadino consenta al proprio cane di farlo, senza preoccuparsi minimamente di raccogliere le tracce evidenti dell’operazione fisiologica. La parola ci turba, la cosa no: e nessuno sospetta che la maleducazione si manifesta in entrambe le modalità. Se mai, più gravemente nella seconda. Anni luce fa, in città comparvero delle macchinette che distribuivano, per pochi centesimi, guanti di plastica e paletta: ma, a parte il fatto che già allora persi più di una monetina senza avere in cambio gli arnesi promessi, ormai quelle colonnine sono scomparse. La decenza della città, l’igiene dei passanti, l’incolumità degli anziani e delle donne incinte (persone per le quali occasionali scivoloni - sul quinto elemento dimenticato da Empedocle - risultano più dannosi) è affidata al buon senso degli amici degli animali. Che, a giudicare da ciò che si vede, non è dei più elevati.
Anche in questo caso, come in altri simili, si può sperare che con il lento scorrere dei decenni, o dei secoli, il livello di consapevolezza civica delle generazioni si innalzi, almeno quanto basti per uscire fuori dalla m… . Ma si può anche chiedere alle autorità pubbliche che la faticosa evoluzione etica venga accompagnata, e debitamente stimolata, da qualche provvedimento preciso. Sono convinto che a Venezia o a Firenze i marciapiedi non siano così imbrattati come da noi per pure ragioni ideali: all’origine almeno, la differenza è stata segnata da amministrazioni che sancivano con multe i trasgressori ed amministrazioni che - per le motivazioni più disparate - chiudevano e chiudono gli occhi (e si tappano il naso).
Quando, una settimana fa, mi è capitato di osservare un anziano signore - vestito molto modestamente - che raccoglieva con un foglio di giornale quanto il suo cagnolino andava depositando allegramente accanto agli alberelli, mi sono leggermente commosso: è stato come un barlume di speranza in una notte senza senso. Alcuni minuti dopo mi sono chiesto, però, se solo dieci o venti multe affibbiate in pochi giorni dai vigili urbani non sarebbero sufficienti ad anticipare il tempo in cui anche a Palermo o a Catania il gesto di ordinaria educazione di un cittadino perbene possa passare inosservato.

Augusto Cavadi

Marhaba, Mabsutha?

1 Febbraio 2010

“Centonove” 29.1.2010

MARHABA, MABSUTHA?
OVVERO, COME STAI?

Ci sono libri straordinari perché raccontano storie eccezionali con un linguaggio innovativo; altri, invece, deludono perché raccontano trame fantasiose in maniera letterariamente pretenziosa. Talvolta, però, capita di imbattersi in volumi straordinari perché raccontano, con tono ordinario, storie ordinarie: racconti di vita vissuta in cui è facile riconoscersi, specchiarsi. Ed è allora come se il risultato raggiunto dall’autore - ricomporre il filo nascosto della propria breve esistenza - diventasse un risultato condiviso da noi lettori: quasi che anche noi, ripercorrendo le tappe di quella biografia, ci trovassimo a recuperare la trama sfilacciata, perduta, della nostra stessa vita. “Marhaba, mabsutha?” (Midgard editrice, Perugia 2009, pp. 138, euro 14), di Fiorenza Morighi, è uno di questi libri straordinariamente ordinari. In esso infatti l’autrice ripercorre le tappe salienti della sua intensa, ma ‘normale’, esistenza: gli anni della formazione cattolico-borghese, l’impatto con il ‘68, un matrimonio contratto pur di evadere lecitamente dalla prigione familiare d’origine, un divorzio per evadere dalla prigione familiare d’elezione…E soprattutto l’impegno, di insegnante e di attivista, per un mondo in cui la globalizzazione cessi di essere la maschera dell’occidentalizzazione del globo e diventi davvero planetarizzazione delle idee e delle persone, non soltanto delle merci e delle finanze.
L’autobiografia di questa vivace, luminosa, sessantenne - incredibilmente giovanile - può essere letta anche come lenta ma inarrestabile emancipazione da due Istituzioni che ne hanno segnato, in una maniera inestricabilmente positiva e negativa, la vita: la chiesa cattolica e la scuola.
Quanto alla prima, pur non negando il proprio debito verso associazioni cattoliche come la FUCI che l’hanno sensibilizzata alle grandi tematiche della pace e della giustizia, Fiorenza non può perdonarle la sessuofobia: “sembrava che l’unico grande peccato umano fosse quello riconducibile alla sfera sessuale, procreazione a parte” (p. 13). Come ripete spesso il teologo-psicanalista tedesco Eugen Drewermann, la chiesa cattolica ruba amore e restituisce angoscia. E per la giovane studentessa fu traumatico scoprire che condizionamenti molto simili subiva “l’amica-compagna di banco”, condizionata dalla “presenza di un padre-padrone sedicente comunista che vegliava costantemente su moglie e figlie”: “sapevo che la Chiesa aveva messo all’indice vari testi di letteratura e per i cattolici lettori era peccato avvicinarsi ad essi. Chi lo avesse fatto doveva emendarsi con la Confessione. Non immaginavo però che anche i comunisti, visti da me come l’opposto dei religiosi, vietassero le stesse cose. Nella mia casa cattolica c’erano tra quelli all’indice “Decameron” e “Satyricon”. Noi li leggemmo subito ambedue. Non mi confessai per questo. Sia pur timidamente e per temi alterni il senso critico cominciava a spuntare, ma quanto ci impiegò per crescere!” (p. 17). Erano gli anni in cui Palmiro Togliatti doveva nascondere la relazione extra-matrimoniale scandalosa con Nilde Iotti: ma anche nel XXI secolo, tra gli ultimi eredi del comunismo marxista, non mancano bigotti che non si sono preoccupati di risolvere i nodi psichici del rapporto con la propria e con l’altrui corporeità.
Si potrebbe obiettare che la stessa Bibbia, letta direttamente ed integralmente, avrebbe potuto offrire alla ragazza di buona famiglia l’antidoto al veleno sessuofobico di fattura clericale. Ma, per quanto strano possa oggi sembrare, sino al 1965 (anno di chiusura del Concilio vaticano II), neppure questa possibilità veniva concessa al fedele ‘medio’: la “lettura individuale” - diretta, senza la mediazione della chiesa gerarchica - delle Sacre Scritture era proibita o, per lo meno, “sconsigliata” (p. 42). Permetterla, o addirittura incoraggiarla, avrebbe significato abbattere - su una questione decisiva - la differenza fra cattolicesimo e protestantesimo.
L’altra istituzione verso cui la Maurighi sa di essere creditrice, oltre che in una certa misura debitrice, è la scuola intesa nell’accezione complessiva: il sistema formativo liceale e universitario che ella ha attraversato sino alla laurea per poi farvi presto ritorno come insegnante. Un sistema d’istruzione che avrebbe potuto rimediare, almeno in una certa misura, ai danni e alle lacune della formazione cattolica ricevuta in famiglia e in parrocchia, ma che - invece - si è rivelato altrettanto dannoso e lacunoso. L’incontro negli anni universitari con un coetaneo esule palestinese, il dolce e affascinante Abdul, segna una tappa decisiva nell’evoluzione culturale e spirituale di Fiorenza: egli le squarcia il velo dell’ignoranza storica e politica, aprendole prospettive inedite e sconfinate sul mondo. Le racconta di un popolo che, dopo duemila anni, si vede esiliato dalla sua terra perché sarebbero tornati gli abitanti primigeni (”Pensai che se fossero tornati gli Umbri e avessero occupato il giardino e la casa di mio nonno con la ‘legge del ritorno’, non mi avrebbe fatto per niente piacere”, p. 35); di una città - Gerusalemme - santa non solo per i cristiani, ma altrettanto per gli ebrei e per i musulmani (”Incredibile! In diciotto anni nessuno mi aveva fatto riflettere sulle basi comuni delle tre religioni”, p. 32); di solenni risoluzioni dell’ONU per una pace giusta e durevole in Medio Oriente che venivano totalmente disattese non solo da parte di gruppi estremistici palestinesi ma anche dai governi ufficiali israeliani…Insieme al pacifismo, Fiorenza scopre i problemi delle sperequazioni strutturali fra le economie del Nord e del Sud del mondo; ma anche l’innaturale subordinazione della donna al maschio (”in un Paese dove ancora veniva scusato il delitto d’onore, la violenza sulla moglie era un fatto privato e lo stupro un atto che violava il comune senso del pudore più o meno come masturbarsi per strada”, p. 56). Tutto ciò ha delle incidenze precise anche nella sua storia privata: come reggere il rapporto con un marito, sposato precocemente, che non ne condivide l’evoluzione emancipatrice? Nei capi di imputazione che le vengono rivolti dalla famiglia dell’ex-coniuge si disegna, quasi paradossalmente, un’immagine elogiativa: “contro di me giacevano tra le scartoffie curiali accuse infamanti, con tanto di testimonianze di parenti serpenti e di nemici vari: comunista era il primo capo d’accusa, che se ne portava dietro tanti altri davvero disonorevoli, come ad esempio frequentatrice dell’Associazione cinese, arrivista femminista, agitatrice propagandista, distributrice di manifestini ai crocicchi delle strade”. Forse - aggiunge ironicamente l’autrice - se avessi battuto le strade, non si sarebbe tentato di dichiarare canonicamente nullo il mio matrimonio e mi sarei salvata dall’infamia: “una innocua Maddalena da salvare contro la lapidazione e da ricondurre all’ovile, ma un’atea comunista era ben peggio! Ammorbava l’aria di tutti. Occorreva cancellarla come moglie” (p. 76).
La Maurighi di oggi è una donna con i suoi travagli, ma felice di vivere e impegnata in progetti, anche scolastici, di cui evoca nella seconda parte del libro esperienze significative e prospettive operative. Come una rediviva principessa Sheherazade de “Le mille e una notte”, prova a raccontarsi convinta che “sono le storie a proteggerci dalla morte: (…) fino a che possiamo trasferire il mondo in racconti, narrando anche le nostre peggiori avventure, siamo ancora vivi” (p. 37). Non sarebbe male se il suo esempio fosse seguito da altri, specie se arrivati al giro di boa della navigazione. Con una sola avvertenza: se dovesse capitare che un editore voglia pubblicare le nostre carte (il cui valore prescinde dalla possibile fruizione pubblica), dovremmo chiedere ad un esperto di scrittura una revisione preliminare che ne limi sviste e inesattezze. E’ un rammarico che, in questo caso, tale revisione non sia stata effettuata, oscurando un po’ la preziosità - che ovviamente rimane intatta - dei contenuti.

Augusto Cavadi

Ci vediamo in Sicilia orientale (Catania e Augusta)?

25 Gennaio 2010

Care e cari,
in questo fine settimana presenterò gli ultimi miei due libri in due città della Sicilia orientale e sarei contento di incontrarvi per l’occasione.

***
Comunicato stampa 1

Venerdi 29 gennaio, alle ore 18, presso il Centro della Comunità Evangelica Luterana di Catania (Via Grotte Bianche 7), presentazione del volume di Augusto Cavadi “Chiedete e non vi sarà dato. Per una filosofia pratica dell’amore”, Edizioni Petite Plaisance, Pistoia 2009, euro 15,00. Interverranno Alessandro Esposito e Stefania La Via.

Comunicato stampa 2

Sabato 30 gennaio, alle ore 18. 30, presso la Libreria “Letteraria” di Augusta (v. P. Umberto, 270), presentazione del volume di Augusto Cavadi “Il Dio dei mafiosi”, Edizioni San Paolo, Milano 2009, euro 18,00. Interverranno Davide Miccione e Giuseppe Caramma.

Le donne nella Bibbia e le donne lettrici della Bibbia

20 Gennaio 2010

LE DONNE DELLA BIBBIA RACCONTATE IN 22 VOLUMI

“Repubblica” — 16 gennaio 2010 pagina 14 sezione: PALERMO
Come è vista la donna nella Bibbia? E come le donne hanno letto, lungo due millenni, la Bibbia? Le due domande - intrecciate - vengono sempre più spesso formulate da esperti, anche fuori dal circuito degli interessi confessionali. Se le sono poste anche alcune prestigiose esponenti della “Società europea delle donne per la ricerca teologica» (fondata in Svizzera nel 1986) che raccoglie circa seicento studiose di tutto il mondo e, per rispondervi, hanno ideato un’ impresa editoriale titanica: 22 corposi volumi pubblicati contemporaneamente in inglese, tedesco, spagnoloe italiano. Obiettivo: «presentare una storia della ricezione della Bibbia, focalizzata su temi che hanno avuto un rilievo nelle questioni di genere, sulle figure femminili presenti nel testo sacro». Per il comitato internazionale promotore non è stato facile trovare quattro editori (uno per ogni area linguistica) disposti a imbarcarsi nell’ impresa: ed è motivo di soddisfazione apprendere che la sfida per l’ edizione in lingua italiana sia stata raccolta da “Il pozzo di Giacobbe” del trapanese Crispino Di Girolamo. Per i suoi tipi è stato stampato il primo dei 22 volumi progettati (”La Torah”, a cura di Fischer, Navarro Puerto con la collaborazione di Taschl-Erber, 446 pagine, 38 euro) dedicato, come si evince dal titolo, al così detto Pentateuco (dunque ai primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuterenomio). In questi testi si ritrovano pagine che hanno inciso ed incidono nel bene e nel male nell’ immaginario della civiltà occidentale: dalle narrazioni della creazione in Genesi (che hanno condizionato fortemente il modo di intendere la relazione fra maschioe femmina) al ruolo delle donne nelle genealogie, significativo in quanto definisce l’ origine del popolo di Israele in un’ ottica in cui «l’ eredità è trasmessa dal padre al figlio maggiore». Notevole la presenza di dodici donne «nell’ esperienza di liberazione narrata nell’ Esodo e la funzione esercitata da Miriam - unica profetessa presente nella Torah - che, con Mosé ed Aronne, assume la guida dal momento dell’ esodo fino all’ arrivo nella Terra Promessa». Non si tratta di testi agevoli, ma neppure di un pagine esoteriche riservate agli specialisti: quasi tutti i saggi contenuti, infatti, sono leggibili con un po’ di concentrazione da chi possieda una istruzione di livello medio. Con il risultato di poter abbracciare le complicate vicende della lettura della Bibbia dal punto di vista femminile alla luce di differenti approcci disciplinari: teologia, archeologia, filosofia, storia dell’ arte, letteratura, antropologia culturale. In un momento di provincialismo regressivo - in cui alcuni sbraitano per fare dell’ insegnamento della religione a scuola un pretesto di catechizzazione e altri reagiscono proponendo la cancellazione di ogni tematica teologica nella scuole pubbliche - iniziative editoriali come questa possono costituire un’ occasione di rinsavimento. Sono infatti un’ esemplificazione concreta di dell’ approccio a un testo sacro con atteggiamento laico: dunque ugualmente distante dall’ apologetica quanto dall’ aggressività polemica. Come scrivono le responsabili del progetto nell’ introduzione, sino ad oggi la Scrittura «ha segnato non solo la formazione dei rapporti sociali, ma anche la legislazione, la formulazione delle norme morali e le questioni filosofiche di gran parte della cultura occidentale». Più in particolare è stata adoperata come «pretesto per sostenere la repressione o la marginalizzazione delle donne». E’ venuto finalmente il momento di togliere alla «preminenza del genere maschile» ogni «legittimazione biblica»: ma per farlo bisogna, appunto, saper usare gli strumenti scientifici adeguati, per porsi «in modo critico nei confronti della Scrittura e della Tradizione». L’ ignoranza non è stata pre-condizione di nessuna rivoluzione di rilevanza planetaria: la rivoluzione femminista non ha fatto né può fare eccezione. - AUGUSTO CAVADI

“Una città” (Forlì) intervista Augusto

17 Gennaio 2010

E’ uscito il numero 170 di “Una città” di cui riportiamo, di seguito, il
sommario.
E’ possibile farsi un’idea della rivista (mensile di interviste e foto,
di 48 pagine, senza pubblicità) andando al sito http://www.unacitta.it o
richiedendo copia saggio a mailing@unacitta.org.

IL GIORNO DOPO COPENHAGEN… All’indomani della conclusione del Summit
sul clima, si è parlato di fallimento e farsa; in realtà ad essere
rimasto deluso è solo chi aveva l’irrealistica aspettativa che a salvare
il mondo potessero essere i grandi leader; il pericolo che a pagare il
prezzo più alto sia in effetti l’Africa perché il tetto dei due gradi
globali significa che nel continente nero la temperatura è destinata a
crescere di tre gradi e mezzo; l’errore di credere che vivere in modo
eco-compatibile comporti sacrifici e rinunce; la convinzione che la vera
partita si gioca comunque a livello locale, nel quotidiano e le
esperienze dei tanti comuni che stanno sperimentando sistemi di
“autarchia energetica”; intervista a Karl-Ludwig Schibel (da pag. 3 a
pag. 7).
http://www.unacitta.it/pagineproblemiambiente/Schibel.html

ADDIO CARLA. Ricordiamo Carla Melazzini, scomparsa prematuramente
per una grave malattia; era maestra di strada a Napoli, e ha dedicato per
tanti anni tutto il suo impegno ad aiutare i ragazzi espulsi dalla
scuola dell’obbligo a riprendere un percorso scolastico; la ricordiamo
ripubblicando brani di un suo intervento su Una città insieme al ricordo di
Olimpia, Valerio e Salvatore, suoi allievi (da pag. 8 a pag. 12).
http://www.unacitta.it/pagineinmemoria/Carla.html

SPAZI PER FAR SOCIETA’. La storia del Villaggio Barona, nato grazie alla
lungimiranza di una fondazione benefica e che oggi ospita 80 famiglie,
tra cui immigrati che avevano l’unico problema di non trovare casa pur
avendo un lavoro, e famiglie numerose che non trovavano alloggi a prezzi
accettabili; il patto di aiutarsi e la prassi della “tredicesima” per
cui ciascun inquilino, anche i commercianti, si impegna, a fronte di un
canone di locazione competitivo, a prestare la propria professionalitÃ
agli altri abitanti, pena il pagamento di una tredicesima mensilità; gli
accorgimenti architettonici per far stare la gente assieme e la
soddisfazione, paradossale, di vedere anche giovani coppie che se ne
vanno, a differenza delle case popolari, dove la pura assistenza
cronicizza i bisogni; intervista a Gabriele Rabaiotti (da pag. 13 a pag.
16).

FUORI DALLE MURA C’E’ TANTA GENTE. Un’identità sessuale chiara fin
dall’infanzia, le prime esperienze, fino alla maturazione del desiderio
di un’affettività stabile, di una vita di coppia; l’eterno dilemma del
dire o non dire, per non perdere gli affetti; il difficile rapporto con
una Chiesa che costringe all’ipocrisia e il sogno di una comunità dove
poter accogliere tutti coloro che ancora vivono la conflittualità fra
fede e omosessualità; intervista a Mauro Ortelli e Paolo Lombardo (da
pag. 17 a pag. 20).

SALUTA PAPA’. Recuperare il rapporto col marito, quando tutto sembrava
perduto e ricominciare a fare progetti di vita, e poi l’arrivo,
improvviso, di una malattia implacabile che stravolge tutti i piani; il
sollievo, grande, di poter trascorrere le ultime fasi della malattia in
un luogo, bello, curato, dove i malati, anche se terminali, possono
invitare i familiari, persino i bambini, e dormire accanto alla propria
moglie; l’importanza di tenere sotto controllo il dolore, ma anche di
essere accompagnati alla morte con dignità e serenità; la possibilità,
dopo, per i familiari, di incontrare e confrontarsi con persone che
hanno vissuto la stessa esperienza per non rimanere soli nel lutto;
intervista a Liviana Collodet (da pag. 21 a pag. 23).

IL  LUOGO. Le centrali sono dedicate a Belleville, quartiere parigino
cosmopolita e multietnico, dove ebrei e musulmani convivono con cinesi,
turchi, africani… (pag. 24-25).

LA NOSTRA CASA. L’incredibile vicenda di un’ebrea israeliana che
nell’estate del 67 andò ad aprire alla porta e si trovò di fronte tre
palestinesi che desideravano dare un’occhiata alla “loro” casa di Ramla;
la decisione di farli entrare e l’inizio di una complessa amicizia; la
scelta di fare di quella casa uno spazio comune aperto ai bambini e ai
giovani israeliani e palestinesi affinché i due popoli non smettano di
incontrarsi e conoscersi; intervista a Dalia Landau (da pag. 26 a pag. 29).

DUE SARTE TOGOLESI. Decidere di partire con un’associazione che mette
assieme professionisti “senior” disposti a prestare la propria
competenza gratuitamente, per andare con una amica, e poi un’altra, in
Togo, ad aiutare due intraprendenti sarte a realizzare l’incredibile
idea di fare dei corsi di alfabetizzazione, ma anche di cucito, per le
donne africane nel mezzo del mercato della capitale (da pag. 30 a pag. 32).

PRESIDENT OBAMA: INVICTUS? Nella “lettera dall’America”, Gregory Sumner
all’indomani dello storico passaggio al Senato della riforma sanitaria
di Obama, fa il punto sulle sfide che attendono il giovane presidente,
soggetto alle critiche dei suoi detrattori di destra, ma anche di
sinistra; la lezione di Nelson Mandela: le scelte epocali comportano una
dose di potenziale impopolarità (a pag. 33).

FIGLIO DI DEUS. La verità è che nei Vangeli non c’è scritto da nessuna
parte che Gesù abbia detto di essere figlio di Dio e se qualcuno può
averlo chiamato così è perché l’espressione “Figlio di Dio” veniva usata
comunemente per lodare qualcuno; il resto l’ha fatto una traduzione
prima in greco e poi in latino e un concilio in cui, grazie a un
imperatore, l’ebbero vinta gli eretici; il bisogno antropologico di
superare la delusione per il mancato avvento del Regno di Dio; l’idea
fondamentale del cristianesimo, l’amore agapico, che resta; intervista a
Augusto Cavadi (da pag. 34 a pag. 39).
http://www.unacitta.it/paginecosedifede/Cavadi.html

DALLA PARTE DEL FIGLIO. Giovanni Impastato ricorda la forza e il
coraggio del fratello Peppino, ma anche la figura della madre, una donna
straordinaria, che seppe rifiutare un matrimonio combinato in anni in
cui in Sicilia era improponibile e che pur non rinnegando il marito
scelse di stare dalla parte del figlio; la scelta di realizzare il sogno
della madre aprendo quella casa, a “cento passi” da quella di Tano
Badalamenti, a tutti; il lavoro con i giovani, fondamentale, perché la
cultura mafiosa si radica dentro di noi, ma anche fonte di grande
soddisfazione personale (da pag. 40 a pag. 42).

CHE NESSUNO SI SENTA FUORI POSTO. Marianella Sclavi legge e commenta il
libro di Antonella Agnoli che a partire dalle biblioteche ci parla dei
giovani, delle nuove tecnologie e di come sta cambiando il mondo (a pag.
43).

LA LETTERA DALLA CINA, di Ilaria Maria Sala, è a pag. 45.

LA VISITA è alla tomba di Paolo Borsellino.

APPUNTI DEL MESE. Si parla di suicidi in carcere, che quest’anno sono
stati 71, il numero più alto che si ricordi; dell’anniversaio
dell’operazione Piombo Fuso a Gaza in cui morirono circa 1400
palestinesi; della Cina che sta rendendo impossibile aprire dei siti ai
privati; dell’Aids, che per la prima volta sembra registrare un declino
della pandemia; del curioso funzionamento degli ammortizzatori sociali
in deroga, per cui degli operai che mai avranno l’occasione di usarla,
sono costretti a fare un corso di otto ore di lingua inglese per
accedervi; dei gestori telefonici che stanno trasferendo all’estero
l’attività dei call center; dei prefissi telefonici del Kosovo e del
treno Belgrado-Sarajevo, ripartito questo mese, dopo essere rimasto
fermo dalla guerra in Bosnia (da pag. 44 a pag. 47).

QUESTA E’ L’ITALIA: “…le terre d’ogni sorta affrancate, liberate,
annesse al patrimonio già considerevole della borghesia; l’appannaggio
del povero ereditato dal ricco, ecco le origini recenti della proprietÃ
in Italia, ecco come è stata fatta la fortuna immobiliare della classe
dirigente”.

Per il “reprint” dell’ultima, pubblichiamo la quarta parte del
testo che Francesco Saverio Merlino scrisse nel 1890 dall’esilio francese.
In copertina, dedicata all’ambiente, i nuovi mulini a vento olandesi.

Nel sito è consultabile gratuitamente (previa iscrizione) anche l’intero
archivio di interviste di “Una Città” (2000 circa).
http://www.unacitta.it/intervaccess.asp

Ci vediamo sabato 16 a Termini Imerese?

15 Gennaio 2010

Siete già donatori potenziali di midollo osseo?

15 Gennaio 2010

“Centonove” 8.1.2010
(in edicola ma anche su www.centonove.it)

GIOVANNI E LA SAGGEZZA DEL COLIBRI’

Difficilmente qualcuno è disposto a dichiarare che la sopravvivenza di una bambina di dieci anni o di un anziano di sessantacinque non gli importa per nulla. A parole è difficile; ma, nei fatti, è frequentissimo. Di fronte all’immensità delle tragedie che assediano ogni giorno l’umanità ci assale infatti un senso di impotenza che finisce col paralizzarci del tutto: sì, d’accordo, tutto questo è assurdo, ma io che posso farci?
Un racconto brasiliano può forse aprire uno spiraglio nel buio in cui ci troviamo immersi. Narra di un incendio nella foresta e di un piccolo colibrì che, nel panico generale, corre verso l’oceano a prelevare col beccuccio qualche goccia d’acqua per versarla sugli alberi in fiamme. Va e torna in continuazione, sin quasi allo sfinimento. Un elefante se ne accorge e non può fare a meno di deriderlo: cosa pensi di concludere con questo andirivieni? Ma il colibrì non si lascia scoraggiare: è tutto quello che posso fare e lo faccio. Se anche gli altri facessero lo stesso, salveremmo la foresta.
Confesso che questa favoletta mi sostiene tutte le volte che sono tentato di cedere alla sfiducia, all’inazione. Mi ci appiglio quando rinnovo la donazione del sangue; quando qualche amico accetta di adottare “a distanza” un bambino e il suo villaggio; quando riesco a convincere un conoscente a non cestinare la tessera elettorale e a non lasciare che a decidere la sorte di noi tutti siano i concittadini che svendono il voto per un piatto di minestra (quasi sempre promnessa soltanto)…Ed è a questa favoletta che mi sono aggrappato in questi giorni in cui Giovanni, un giovane amico ventenne di Bassano del Grappa, mi ha spedito un appello dignitosamente accorato. Mi ha spiegato che la sua vita è appesa a un esile filo: trovare, in pochi mesi, qualcuno che sia in grado di donargli un po’ di midollo osseo. Mi ha spiegato che nel mondo solo un altro essere umano ogni 100.000 ha questa possibilità. E che scoprire chi è quest’altro è possibile solo se ognuno di noi cerca (per esempio attraverso il sito www.admo.it) l’indirizzo dell’ospedale più vicino dove, con una semplice analisi del sangue, potrà essere inserito nell’ IBMDR (il Registro nazionale dei donatori di midollo osseo) che ha appena compiuto in Italia i suoi primi vent’anni.
Si tratta di dedicare mezz’ora della propria giornata a un banale prelievo e mettersi in grado di diventare, potenzialmente, il vero e proprio ’salvatore’ di un’altra esistenza. Purtroppo questa possibilità non è aperta a tutti: bisogna avere non meno di 18 anni e non più di 35. Eppure, anche se limitatamente a questa fascia d’età, vi sono solo in Italia milioni di persone che potrebbero regalare a migliaia di ammalati una speranza di sopravvivenza. “Migliaia di ammalati” forse non ci dicono molto; non così se proviamo a immaginarne uno, due, dieci o cinquanta. Con i loro nomi, i loro volti, le loro storie. Io ho in mente Giovanni, la sua voglia di vivere (la notte in cui ho dormito con mia moglie a casa dei suoi genitori era estate e lui ha preferito riposare in giardino, sotto le stelle), la sua curiosità intellettuale (studia filosofia all’università), la sua generosità (è uno scout impegnato in progetti di solidarietà sociale)…Ho in mente la dolcezza degli sguardi di sua madre Carla, di suo padre Pino, di sua sorella Gaia. Chi di voi vuole può conoscerlo direttamente attraverso il suo blog (www.hestia.altervista.org), ma non si tratta di lasciarsi toccare la corda del pietismo individuale. Il caso concreto dev’essere solo l’occasione, il pretesto, per affacciarsi su un mondo di sofferenze più ampio: il trampolino di lancio per una scelta politica, verso un livello più alto di civiltà.
Augusto Cavadi
(www.augustocavadi.eu)

Ci vediamo a Palermo lunedì 11 gennaio ?

11 Gennaio 2010

Care e cari in indirizzo,
tra quanti abbiamo responsabilità educative (in quanto genitori, insegnanti, operatori sociali, animatori di gruppi, pastori di chiese…) non mancano coloro che vorrebbero una Sicilia - e un’Europa - liberate dalle mafie. Purtroppo, spesso, questo lodevole sentimento di rivolta non è supportato da adeguate conoscenze, competenze ed abilità. Per questo le sezioni palermitane di “Libera - Scuola” e del CIDI (Centro iniziativa democratica degli insegnanti) hanno avviato un appuntamento quindicinale di riflessione pedagogica, aggiornamento sociologico e scambio di esperienze didattiche.Le riunioni sono aperte e la partecipazione è gratuita: unica condizione (per evitare la… chiacchierologia) è che, di volta in volta, si siano lette le pagine del testo che ci si sono auto-assegnate al termine della riunione precedente. Il prossimo appuntamento è fissato per le ore 17,00 (in punto) di lunedì 11 gennaio 2010 presso “La bottega dei saperi e dei sapori della legalità” a piazza Castelnuovo. Oggetto di riflessione critica saranno le pagine 21 - 73 del volume, di Augusto Cavadi , Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia alternativa, Di Girolamo editore, Trapani 2005, pp. 191, euro 15 (in vendita presso tutte le librerie, ma anche nella stessa “Bottega” di piazza Castelnuovo).
La riunione avrà termine alle 18,20 per consentire l’inizio di un recital sulla stessa tematica: Armando Caccamo e Margot Pucci leggeranno, infatti, con l’accompagnamento musicale di Umberto Leone il “pizzino della legalità” L’amore è cieco, ma la mafia ci vede benissimo edito dall’editore Coppola, Trapani 2009. A conclusione degustazione di vini gentilmente offerti dall’azienda “Cosìè”.

I promotori del laboratorio permanente
di educazione alla legalità democratica

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La laicità fra bigottismo e contro-bigottismo

5 Gennaio 2010

Domani si festeggia l’Epifania. Secondo la leggenda biblica, l’incontro fra il bambino-messia d’Israele e tre ‘laici’ asiatici alla ricerca di luci interpretative dell’esistenza (da qualsiasi parte provenienti).
Come piccolo segno di augurio ai “venticinque lettori” di questo blog, incollo il mio breve contributo al volume - appena uscito - di Autori vari (a cura di Giorgio Palumbo), “Custodire la laicità nel tempo del pluralismo”, Franco Angeli, Milano 2009, pp. 49 - 54.

Augusto Cavadi
La laicità come pre-giudiziale

Provo a inanellare, in sequenza, alcune riflessioni suggeritemi da questo dibattito così intenso, ma anche così pacato. Anche se si tratta di osservazioni indipendenti l’una dall’altra - e dunque tali che la insostenibilità di una di esse non comporta, necessariamente, a catena, il naufragio teorico delle altre - è possibile leggerle all’interno di una prospettiva unitaria: la laicità, intesa in una certa maniera, non è una posizione determinata fra altre posizioni determinate, bensì la condizione di possibilità pre-giudiziale di ogni presa di posizione particolare che sia meritevole di critica. La laicità come orizzonte: uno scenario che ammette una varietà di ruoli, di toni, di tagli argomentativi, incompatibile solo nei confronti di atteggiamenti dogmatici, fanatici, incapaci di dubbio e perciò di autocritica e di conversione. Laicità come quell’amore incondizionato per la verità che si rivela non tanto nel tener alcuni punti ‘fermi’ come irremovibili, quanto piuttosto nel ritenere le proprie certezze - anche le più legittime, anche le più sacre - come passibili, potenzialmente, di falsificazione.

a) La funzione sociale dei filosofi

La prima considerazione suggeritami da questo dibattito è che esso conferma un’idea di filosofia abbastanza estranea agli ambienti accademici: la filosofia non soprattutto, né tanto meno esclusivamente, come esegesi o ermeneutica dei testi della tradizione filosofica, bensì anche - e prioritariamente - come esame critico delle questioni esistenziali e politiche che il pubblico dei non-addetti-ai-lavori avverte come più rilevanti in un determinato momento storico. Che all’incontro sulla laicità siano stati presenti docenti e studenti di varie facoltà universitarie, al di là degli steccati specialistici abituali, è un segno eloquente di quanto i filosofi di professione possano servire la comunità sociale, senza farsi asservire e senza asservire la intrinseca libertà dell’impresa teoretica. Non è questa la sede per approfondire questo aspetto dell’attività speculativa, ma voglio consentirmi almeno una citazione da Karl Popper che potrebbe valere come titolo di un seminario a parte: “i veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia”.
La laicità è avvertita, dunque, come una di queste tematiche ‘urgenti’ su cui interrogare non solo teologi e sociologi, storici e giuristi, politologi e politici, ma anche filosofi: se ce ne sono ancora equidistanti dal presenzialismo televisivo (in cui possono spacciarsi per specialisti di tutto) come dall’autoreferenzialità filologica (di chi non ha nulla da dire ad interlocutori che non possano seguire le loro dotte citazioni in greco o in tedesco). Nel triennio 2006 - 2008 ho avuto la fortuna di dedicarmi, grazie ad un dottorato di ricerca presso questa facoltà, ad approfondire il senso della Philosophische praxis di Gerd Achenbach e, più in generale, del movimento internazionale delle pratiche filosofiche, arrivando alla conclusione che, secondo i promotori di questa nuova declinazione della filosofia di sempre, urgente non è tanto aprire degli studi professionali in cui mettere a servizio dell’intelligenza autonoma di un pubblico vasto la propria competenza filosofica (anche se proprio su questo fenomeno della ‘consulenza filosofica’ si concentrano le curiosità e i pettegolezzi della mezzi di comunicazione di massa), bensì - piuttosto - riscoprire ciò che nella storia del pensiero occidentale è stato ovvio per moltissimi pensatori di rilievo: che la filosofia non può essere ridotta a mero specialismo, ma deve in qualche modo alimentare la crescita intellettuale, morale e civile dell’intera società. Oltre che favorire l’interscambio fra i ‘dialetti’ delle discipline particolari in vista della costruzione collettiva di una (sempre rivedibile) prospettiva ’sapienziale’ sulle domande cruciali che ci assillano nel breve passaggio sul pianetino che abitiamo. Giuseppe Savagnone e Vittorio Villa, per fortuna di questa città, sono tra i sempre più rari pensatori che non si limitano a stabilire ex cathedra i propri percorsi di studio ma sanno anche lasciarsi dettare l’agenda - anzi, la ‘cogitanda’ - dalle domande della gente ‘comune’ (che poi, attraverso il pagamento delle imposte, è anche la finanziatrice dei filosofi che vivono con un salario statale).

b) Si può essere davvero laici se si è davvero cattolici?

Savagnone ha offerto una visione della laicità che costituisce, probabilmente, il massimo di apertura possibile nell’ottica di un cattolico ortodosso. Dopo la laurea in filosofia negli anni ‘70, mentre per tre anni ho seguito i corsi di una Scuola di perfezionamento in scienze morali e sociali presso l’Università statale di Roma, ho anche seguito per quattro anni un corso di teologia presso l’Università del Laterano: ed è stato molto istruttivo per capire che una prospettiva cattolica della laicità ha dei confini invalicabili. Lo ha all’interno della comunità ecclesiale perché, mentre per i protestanti la differenza fra il pastore e il fedele è di tipo esclusivamente funzionale, per i cattolici il prete è stato segnato - con il sacramento dell’ordine presbiterale - da un ‘carattere’ che lo ha trasformato ontologicamente, distanziandolo in maniera radicale e irreversibile dal resto del popolo dei credenti. Il suo modo di essere ‘re’, ‘pastore’ e ’sacerdote’ , rispetto al semplice battezzato, non si differenzia solo per grado, ma addirittura per natura. Con queste convinzioni - sulla cui fondatezza biblica ci sarebbe molto da obiettare - come si può ragionevolmente contare su una corresponsabilità paritetica fra clero e laici nell’ambito di una stessa parrocchia? Come si può seriamente prevedere una pari dignità fra un soggetto consacrato con un sacramento specifico e tutti gli altri soggetti che (pure se monaci o suore, a maggior ragione se restano nel mondo, celibi o coniugati) ne sono del tutto privi? La prassi dominante - per cui un parroco si comporta da autocrate nella sua parrocchia come un vescovo nella sua diocesi ed un papa nell’intera chiesa cattolica - rispecchia fedelmente la dottrina ufficiale, almeno quanto tale dottrina rispecchia altrettanto fedelmente una prassi precedente.
La situazione non cambia, anzi se mai si aggrava, se consideriamo l’autointerpretazione della chiesa cattolica rispetto al mondo dei laici non battezzati o comunque non credenti nella dottrina cattolica. Una chiesa che è sinceramente convinta di essere depositaria dell’unica rivelazione divina, anzi dotata del diritto-dovere di interpretarla rettamente e di applicarla correttamente lungo il corso dei secoli grazie ad una assistenza speciale e ininterrotta dello stesso Spirito di Dio, come potrebbe davvero dialogare con chi è privo di tanto carisma? E’ sin troppo ovvio che il dialogo non può che essere, nella più ottimistica delle ipotesi, un tentativo misericordioso e garbato di trarre l’interlocutore fuori dalla palude dell’errore e del peccato. Insomma: nonostante le apparenze dialogiche, la chiesa cattolica non può permettersi - in buona sostanza - che forme camuffate di monologo. L’attuale papa Benedetto XVI non perde occasione, in perfetta coerenza con quanto operato nei decenni precedenti da Prefetto della Congregazione per la dottrina e la morale, di mostrare in parole e gesti che cosa significhi rappresentare una chiesa “madre e maestra” che, per fedeltà ad una missione di origine celeste, non potrebbe - neppure se volesse - considerare “sorelle” non solo le comunità scientifiche e le società filosofiche, ma le stesse altre chiese cristiane non-cattoliche.

c) Il relativismo è sempre ‘progressista’?

Villa, da parte sua, ha offerto una visione della laicità incardinata nell’asse portante del relativismo, preoccupandosi di segnare la differenza fra ‘relativismo’ e ’scetticismo’ o, addirittura, ‘nichilismo’. Il suo ‘relativismo’ è soft, quasi un ‘prospettivismo’ che non esclude del tutto dei parametri di riferimento sociali: in ultima istanza, non esclude la struttura antropologica trascendentale (in senso kantiano). Si potrebbe discutere se questa prospettiva gnoseologica sia l’unica possibile per opporsi al dogmatismo, al fanatismo; se si debba necessariamente escludere che la mente umana possa afferrare qualche aspetto ‘oggettivo’ o, meglio, ‘assoluto’ del reale per mantenere aperto lo spazio del confronto dialettico. Ma questa pista di riflessione ci porterebbe troppo lontano. Dico solo che la storia del pensiero occidentale è affollata di filosofi che non sono stati relativisti, ma neppure dogmatici. E’ il caso di Aristotele, equamente distante dall’iper-realismo di Parmenide quanto dal proto-nichilismo di Gorgia, proprio come oggi Enrico Berti può collocarsi a pari distanza dal neo-parmenidismo di Emanuele Severino e dal gaio relativismo di Gianno Vattimo: “L’incontrovertibilità a cui aspira la dialettica (aristotelica)” - scrive ad esempio lo studioso neo-aristotelico padovano - non è affatto definitività, chiusura al dialogo, interruzione della ricerca, negazione della storicità della filosofia e del filosofare. Non è detto, infatti, anzi non accade mai, che, una volta dimostrata una tesi mediante una confutazione della sua contraddittoria, quest’ultima non risorga nuovamente in forma diversa e non richieda pertanto di essere nuovamente confutata. Al contrario, nella storia, cioè nel dialogo fra gli uomini, nascono continuamente nuove filosofie, le quali si propongono come contraddittorie (…) delle precedenti, con le quali è necessario confrontarsi sempre di nuovo, per vagliarle, saggiarle, tentarne la confutazione. Solo di questo processo, infatti, la filosofia vive. Nessuna tesi, pertanto, può mai considerarsi definitivamente dimostrata, perché essa può venire continuamente negata da nuove filosofie (o da nuove obiezioni), nei confronti delle quali si ha il dovere di rinnovare il procedimento dialettico, senza che si possa prevedere prima quale ne sarà l’esito (…): per cui, veramente, il processo dialettico non è mai finito. Ciò non significa, tuttavia, che esso sia inutile o inconcludente, come pensano coloro che cercano solo per cercare e non vogliono o non sanno mai veramente trovare. Ad ogni confutazione, infatti, si raggiunge la prova che la tesi dimostrata è la più valida tra quante ne sono state proposte, il che, dal punto di vista epistemologico, non è davvero poco e comunque è molto di più della posizione, sostanzialmente scettica ed autocontraddittoria , secondo cui nessuna tesi vale più delle altre. Nel considerare la propria tesi più valida delle altre non c’è nessuna superbia, né arroganza, né prepotenza (quale ci può essere, invece, nella posizione di chi esclude a priori, e dunque non permette, che ci sia una tesi valida), perché non è che si consideri più valida una tesi in quanto è la propria, ma al contrario si fa propria, cioè si accoglie, come è doveroso per onestà intellettuale, la tesi che si è trovata essere più valida attraverso appropriate argomentazioni, disposti anche a mutare la propria tesi, se questa non coincidesse con la più valida ” .
Mi voglio limitare ad evidenziare un aspetto della questione che la relazione di Vittorio Villa lascia - significativamente - in ombra. Il fatto che, in questi ultimissimi anni, il relativismo sia duramente attaccato da ambienti ecclesiastici e politico-culturali di stampo conservatore induce la maggioranza degli osservatori a supporre che, invece, difendere il relativismo sia - sempre e comunque - una posizione da progressisti, da emancipati. Ma è davvero così? O non è proprio un clima generalizzato relativistico - basato sulla svalutazione della ragione, della scienza, dell’argomentazione logicamente strutturata - che costituisce il terreno privilegiato per il successo delle istanze autoritarie? E’ quanto sostiene, ad esempio, lo psicologo sociale Giovanni Jervis in un fortunato pamphlet: “Il relativismo favorisce una confusione più vasta fra gli investimenti immaginari e le informazioni, con un tendenziale privilegiamento dei primi e una complementare svalutazione delle seconde. (…) Gli orientamenti relativistici (…) incoraggiano chi si basa su fanatismi di fede, anziché su informazioni di realtà” . Jervis attacca il relativismo, anche in chiave di critica autobiografica, da posizioni un po’ unilateralmente materialistiche e scientiste: ma le varie esemplificazioni che offre, attingendo a settori svariati del panorama culturale contemporaneo, possono essere esaminate anche da posizioni di realismo filosofico.

d) La laicità come proprium di una ragione ’sobria’

Queste mie osservazioni lasciano intravedere, in filigrana, una certa visione della laicità che non è né molto popolare né molto facile da sintetizzare in poche battute: essa si fonda sulla negazione della possibilità per gli esseri umani non di attingere principi teoretici ed etici assoluti, bensì di attingerli in maniera assoluta, esauriente ed esclusiva. In quanto non nega a priori la possibilità di una conoscenza meta-empirica e meta-storica, questa laicità si espone allo sguardo diffidente dei relativisti, ‘duri’ o ‘flessibili’ che siano, così come dei loro confutatori neo-positivistici alla Jervis; in quanto nega a priori la possibilità di una conoscenza definitiva, irrefutabile e imperfettibile di qualche modalità dell’essere, essa non può aspirare ad essere condivisa da chi idolatricamente ritiene che soggetti personali o istituzionali possano vantare crismi di ‘infallibilità‘.
Vorrei esprimermi in maniera un po’ più articolata.
A mio parere la visione della laicità in cui mi riconosco gode di un duplice registro di legittimità. Innanzitutto sul piano epistemico o epistemologico o gnoseologico: nell’epoca della lotta culturale fra ragione ‘forte’ (minoritaria) e ragione ‘debole’ (maggioritaria), osa percorrere il sentiero ( pressoché solitario) della ragione ’sobria’: una ‘ragione’ che non si auto-condanna né all’illusione di possedere questo o quell’ aspetto del mondo al punto da non poter essere smentita per principio né, di contro, al paradosso di cercare la verità a patto di non trovarla mai.
Ma anche dal punto di vista teologico (di una teologia ebraico-cristiana, non di una teologia cattolica nel senso di confessionalmente legata ai vincoli magisteriali dal Vaticano I ad oggi) questa visione della laicità ha una sua solida ragion d’essere. Da una parte, infatti, la Bibbia (nel Primo come nel Secondo Testamento) non disprezza né l’uso dell’intelligenza né la ricerca della sapienza-saggezza: solo alcune interpretazioni storiche della Bibbia hanno creato la conflittualità tra la Bibbia e la ragione filosofico- scientifica. Per questo, proprio in questi giorni, un biologo di orientamento evoluzionistico-darwiniano, ha voluto chiarire: “La laicità non consiste nel deridere la Bibbia, né le religioni, né le fedi o chi le possiede; non consiste nel trovarvi incongruenze per dimostrarne l’inattendibilità o l’irrazionalità; non consiste nel brandire Darwin come una torcia in grado di fugare le tenebre dell’socurantismo religioso; non consiste nel sostenere che la teoria della selezione naturale - essendo indubitabilmente una teoria solida e in grado di spiegare moltissime cose, persino noi stessi - renda obsoleta la sapienza proveniente da altre fonti di conoscenza, fossero anche quelle bibliche”. “Ma” - aggiunge opportunamente con efficace lucidità lo stesso Michele Luzzato - “voglio anche convincere chi mi legge - per mettere subito le cose in chiaro - che nessuno ha il diritto di dirci cosa significa la Bibbia ‘in verità ‘; nessuno ha il monopolio della sua interpretazione; nessuno può, sulla base della sua personale interpretazione, dettare le condizioni di vita e persino le norme di comportamento a quanti sostengono un punto di vista differente, sia esso interno alla Bibbia, proveniente da persone di fede, o esterno ad essa, sostenuto da atei miscredenti. Per mettere subito le cose molto in chiaro, voglio dire che nessuno, proprio nessuno, ha il diritto di dire a Beppino Englaro che la volontà espressa da sua figlia Eluana si oppone alla volontà di Dio. Nessuno tranne Dio. E faccio un passo oltre: voglio convincere chi mi legge di Dio che, indipendentemente dal fatto che Dio esista o meno, che sia fatto in un modo o nell’altro, che agisca nel mondo o lo osservi da un luogo distante (…), nessuno può dirsi pio, timorato e rispettoso della Sua volontà e al contempo depositario della Sua voce e delle Sue intenzioni. Questa sì che sarebbe una contraddizione evidente. Chi agisce così vive semmai distante da Dio, sostituendosi a Lui in un modo molto più grave di quanto non farebbero gli scienziati, accusati proprio di questo da persone che dovrebbero scrutarsi lungamente nel profondo dell’anima” .