Il “re della Kalsa” si laurea in filosofia. Tesi su Gandhi

9 Marzo 2010

“Centonove”
5 . 3. 2010

QUEL FILOSOFO DI UN BOSS

La notizia può risuonare sorprendente, ma solo per chi ha un’idea erronea della mafia: Masino Spadaro, ex “re della Kalsa” di Palermo, ergastolano di 72 anni, si è laureato al carcere di Spoleto. Non solo: si è laureato in filosofia. Non solo: si è laureato in filosofia con una tesi su “La nonviolenza e i fondamenti della religione in Gandhi”.
Se valutata con i parametri abituali - che prevedono l’immagine folcloristica del mafioso come pecoraio corredato da coppola storta e lupara - la notizia si presta a battute ironiche più o meno divertenti: dopo decenni di filosofi che si comportano da mafiosi (qualsiasi studente di un ateneo meridionale può redigere una lunga lista di nomi !), finalmente qualche mafioso che si atteggia a filosofo…Per non sottolineare una nota di attualità: dopo la fine esternazione di Berlusconi (”Strangolerei tutti quelli che scrivono di mafia”), che ha forse dissuaso qualche intellettuale a occuparsi di mafia, non ci resta che rallegrarci se qualche mafioso si occupa di filosofia. Così, almeno, abbiamo qualche speranza che non si spezzi definitivamente ogni dialogo fra mondo della cultura e mondo della criminalità organizzata…
Ma se abbiamo un’idea un po’ più corretta della mafia - quale forma associativa di cui alcuni criminali si servono per acquisire e mantenere ruoli sociali di preminenza - la notizia non può stupirci. Anzi, essa conferma tre o quattro tesi che da molti anni fanno parte del patrimonio comune di quanti studiano il fenomeno con oggettività scientifica.
La prima tesi che mi pare confermata è che il mafioso non è necessariamente di estrazione proletaria né, tanto meno, di intelligenza mediocre. Il sociologo Franchetti, già nell’Ottocento, aveva descritto i mafiosi siciliani come “facinorosi della classe media”: dunque, come tradurranno ai nostri giorni Mario Mineo e Umberto Santino, come criminali o appartenenti alla borghesia o desiderosi di appartenervi. Ma per raggiungere e difendere questa collocazione sociale privilegiata il mafioso deve possedere un discreto grado di istruzione o, almeno, di intelligenza che gli consenta di valutare la competenza dei professionisti, tecnici, consulenti…di cui si circonda. Non è un caso che un erede del patriarca di Riesi, Di Cristina, fosse laureato in legge o che i figli di Riina studiassero, anche durante la latitanza, in scuole di prestigio. Lo stesso don Masino Spadaro ha dato altre volte prove di arguto senso dell’umorismo: per esempio quando, cercando di sfuggire dalla barca strapiena di sigarette di contrabbando ad una retata della Finanza, fu raggiunto ad un tavolino del bar di Villa Igea ancora inzuppato d’acqua (”Sto prendendo un aperitivo. E’ forse vietato dalla legge?”) o quando ebbe a dichiarare ai giudici di essere “l’avvocato Agnelli della Kalsa: do da lavorare ai miei concittadini come la Fiat a Torino”). Ecco perché, quando nel corso di un’intervista radiofonica mi fu chiesto come vestissero i mafiosi e soprattutto che faccia avessero, mi fu spontaneo rispondere con una frase che risultò paradossale: “Vestono come tutti gli altri cittadini, solo un po’ più ricercatamente. Se poi si vuole avere un’idea del loro volto, basta assistere ad una seduta qualsiasi dell’Assemblea regionale siciliana…”.
C’è modo e modo di studiare. Si può usare lo studio come mero strumento di elevazione sociale e di operatività professionale; oppure come risposta a un’esigenza interiore di chiarezza mentale e di orientamento esistenziale. Ci si aspetterebbe che mafiosi e persone del loro giro studiassero solo discipline ‘utili’ (come l’economia aziendale o le tecniche militari o il diritto penale); invece neppure il mafioso rinunzia a coltivare una propria consapevolezza e a ricercare il senso di ciò che vive. Così, gratuitamente: solo perché ha voglia di capire. Ci si dimentica troppo spesso - e qui siamo ad una seconda tesi - che il mafioso, esattamente come il magistrato impegnato in prima linea contro la mafia o come il cittadino ‘medio’ un po’ qualunquista che si illude di poter tenersi equidistante da mafia e antimafia, è prima di tutto una persona umana: nessun reato, nessun merito professionale, nessuna vigliaccheria morale ci definiscono esaurientemente. Ognuno di noi è una donna o un uomo: punto. Poi è anche una donna o un uomo che persegue progetti di predominio o di liberazione, di morte o di cura, di pace o di guerra. Questa la ragione radicale per cui non riesco a stupirmi quando leggo che nel covo di Pietro Aglieri si trovano testi della filosofa tedesca Edith Stein e in quello di Giuseppe Falsone traduzioni dal greco di dialoghi platonici.
Ma quando si comincia a leggere si entra in un mare senza piste prefissate e senza barriere rigide. Ecco perché sarebbe davvero da inesperti supporre che un prete non debba mai leggere Marx o un marxista non debba mai leggere Nietzsche o un mafioso non debba mai leggere Gandhi. In questo caso l’avvocato Carlo Catuogno spiega il titolo della tesi di laurea alla facoltà di Lettere e filosofia di Perugia, prescelto dal suo assistito, come segno di un ravvedimento morale (”Spadaro ha iniziato un percorso che ne ha fatto una persona diversa”); ma anche se questa conversione etica non avesse avuto luogo, perché meravigliarsi? Forse che, se fosse rimasto un protagonista della “industria della violenza”, non avrebbe avuto motivo di studiare la teoria della nonviolenza (esattamente per le stesse ragioni per cui anche quelli che non sono convinti che ogni uomo sia lupo per l’altro uomo possono decidere di approfondire le idee di Hobbes)? Qui mi pare che trovi conferma una terza tesi (non proprio scontata nell’immaginario collettivo): il mondo dei mafiosi è uno spicchio del mondo sociale e, come questo, non si lascia ridurre a letture univoche. E’ un mondo plurimo dove c’è un po’ di tutto: esattamente come nel resto della società. Quando parla un politico o un imprenditore di successo si può separare, con un colpo di spada netto, ciò che viene affermato con convinzione da ciò che si dichiara per secondi fini? Ritengo di no. Per questo anche nelle scelte di un mafioso nessuno - forse neppure lui - sa veramente cosa ci sia di autentico o cosa di falso. Quanto sinceramente è interessato Don Masino a Gandhi? Esattamente quanto Luciano Liggio a Socrate: “Penso che dobbiamo cercare l’equilibrio fra la materialità e la spiritualità che c’è in ognuno di noi. Vivere tutti i momenti in forma integrale, non rinnegando mai il male che c’è in noi e non esaltando mai il bene che c’è in noi. Ho letto Socrate., uno che ammiro perché come me non ha scritto niente. Ho letto i classici. E poi storia, filosofia, pedagogia. Ho letto Dickens, Dostoevskij, Croce. Mi sono occupato per due anni di sociologia. Ma mi ha deluso. Dà la diagnosi dei mali sociali ma non li cura”.

Augusto Cavadi
(www.augustocavadi.eu)

Ci vediamo a Palermo sabato 6 marzo alle 9,30?

5 Marzo 2010

Care amiche e cari amici,
come alcuni di voi già sanno è in atto un processo di bilancio critico (e di rilancio progettuale) dell’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica ‘ G. Falcone’ ” di Palermo.
Dopo un primo incontro informale abbiamo pensato di convocare una riunione più ampia di tutti coloro che, a qualsiasi titolo, abbiano voglia e tempo da dedicare alla ripresa delle iniziative di ricerca, di discussione e di divulgazione pubblica che in questi 18 anni la Scuola di formazione etico-politica ha svolto in centinaia di occasioni e mediante tutti gli strumenti di diffusione del pensiero cui ha avuto accesso.
Oltre le adesioni individuali che abbiamo sinora raccolto ce n’è una (di Gabriella Pravatà) a nome un’associazione con cui da qualche anno alcuni di noi collaborano fattivamente (il Cesmi: Centro studi di medicina integrale): ovviamente speriamo che sia solo la prima di una lunga serie di cooperazioni sinergiche con altre realtà associative cittadine e siciliane, dal momento che è tipico della nostra storia intrecciare rapporti di collaborazione con chiunque voglia far crescere la democrazia e la partecipazione civile.
La riunione è convocata in via Principe di Belmonte 47 (all’altezza della piazzetta dove domina la statua di Ignazio Florio), primo ammezzato a destra. Già questa notazione tecnica è una buona notizia: infatti la generosità di Daniela e Luigi Salomone ci ha consentito di avere a disposizione (per la prima volta in 18 anni!) una sede tutta nostra.
Pensiamo di dedicare ad una prima bozza di programmazione delle attività (che saranno modulate secondo varie metodologie in modo da sperimentare più possibilità di comunicare con il grande pubblico, soprattutto ma non esclusivamente giovanile) quattro ore di sabato 6 marzo 2010: dalle 9.30 alle 13.30 (cercheremo, come nel nostro stile, di essere puntuali per rispetto dei tempi degli altri).
Molto probabilmente alcuni di noi, con chi lo desidererà, consumeranno un breve pasto in uno dei locali della zona in modo da poter continuare a conversare (se sarà opportuno) anche qualche ora in più nel dopo-pranzo.
Insieme a Francesco Palazzo (attuale presidente dell’associazione) vi aspettiamo numerosi e, soprattutto, motivati!
Augusto

PS: Genesi, spirito informatore e breve storia della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” sono raccontati in un mio libretto di cui vi raccomanderei (se possibile e se gradita) la lettura: “Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia” (Di Girolamo, Trapani 2002).

NB: Questo invito è estensibile: ci affidiamo al buon senso di chi lo riceve nel selezionare le persone da coinvolgere (per evitare tromboni, perditempo e narcisisti in cerca di platee).

Crisafulli e Capodicasa, Bersani e Bindi: nulla da dichiarare?

5 Marzo 2010

“Repubblica - Palermo”
5.3.2010

QUEL PAMPHLET INFUOCATO E LO STRANO SILENZIO DEL PD

Una differenza decisiva fra i conflitti tribali e le battaglie politiche è l’uso della parola pubblica: nella preistoria della democrazia si cerca di eliminare tacitamente l’avversario, nei regimi civili lo si sfida ad argomentare razionalmente le sue scelte. Neppure in Sicilia il confronto aperto, con dati e deduzioni alla mano, costituisce la regola: tranne rare eccezioni, siamo ancora al tempo in cui il quotidiano “L’Ora” elencava accuse gravissime a Salvo Lima e questi opponeva, imperturbabile, il suo muro di silenzio. In questi giorni un noto esponente del PD siciliano, Giuseppe Arnone, sta provando ad attraversare il confine tra la barbarie e la civiltà. Ha infatti pubblicato un libro dal titolo inquietante (Chi ha tradito Pio La Torre?) e dal sottotitolo ancor meno equivoco (Relazione per Bersani e Rosy Bindi sulla questione morale nel PD in Sicilia).
Diciamolo subito: pamphlet come questo possono essere valutati o nel merito o nel metodo. Dal punto di vista del merito, dei contenuti, ritengo che solo i magistrati (per gli aspetti penali) e gli storici (per gli aspetti etici) abbiano le competenze necessarie ad esprimersi. Come cittadino, che osserva e cerca di capire, posso solo avanzare il sospetto che Arnone, quando elenca fatti e nomi, soprattutto a proposito di Mirello Crisafulli e di Angelo Capodicasa, non stia inventando nulla né stia calcando la mano per rappresentare vicende e personaggi a tinte più fosche della realtà.
Ma, ammesso che Arnone dica menzogne o esageri nel raccontare verità storiche, non sarebbe il caso che gli interessati (accusati di gravi scorrettezze “sotto il profilo politico e morale”) rispondessero punto per punto con una propria versione? Al di là del merito di questo libro di denuncia, è il metodo che va attentamente valutato: la scelta di combattere a viso aperto, senza ricorrere a sussurri e pettegolezzi, a congiure di palazzo e colpi di mano. La scelta di appellarsi all’opinione pubblica - in particolare agli elettori di centro-sinistra - trattata non come gregge che deve fidarsi di questo o di quel capopopolo, bensì come pluralità di soggetti pensanti in grado di comportarsi conseguentemente.
L’autore sa benissimo che operazioni così trasparenti, a cui non siamo ancora abituati, sono soggette a critiche di ogni genere (che hanno il pregio di esonerare chi dissente dall’onere della confutazione dettagliata…): soprattutto alla obiezione che “possa danneggiarsi il Partito e che sia necessario, piuttosto, concentrarsi sulla battaglia contro il centrodestra”. Ma sa pure che la strategia di far finta di non vedere può andare bene solo per qualche caso isolato e poco preoccupante: non quando la corruzione in una organizzazione partitica rischia di diventare sistemica (per estensione) e letale (per gravità). “Se il gruppo dirigente nazionale e regionale del PD ritiene di non intervenire per mettere in discussione logiche e presenze come quelle di Crisafulli ad Enna”, o di Capodicasa ad Agrigento, “la gente perbene, la gente libera, tendenzialmente si tiene a distanza di sicurezza e magari, se e quando decide di avvicinarsi, viene prontamente scacciata via. Purtroppo, in politica, la moneta cattiva scaccia via costantemente quella buona”: così Arnone. Se ha torto, Crisafulli e Capodicasa hanno il dovere, oltre che il diritto, di difendersi e di contrattaccare. E la loro reazione sarebbe un contributo ad innalzare il livello di democrazia in Sicilia. Se questa reazione non dovesse registrarsi - e con la stessa dovizia di documenti e di ragionamenti - né la dirigenza nazionale del PD dovesse assumersi le responsabilità conseguenti, la previsione di Arnone troverebbe amara conferma: “non vi sarà nessuno che vorrà avvicinarsi a quel partito con la seria intenzione di rinnovarlo”.

Augusto Cavadi

Ci pensiamo su? I puntata

2 Marzo 2010

Su “Il bandolo” (novembre/dicembre 2009, nn. 14/15) ho avviato, a richiesta del Direttore, una “Rubrica” fissa di filosofia pratica per …non filosofi:
Vi riporto la prima puntata qui di seguito.
Sarei felice se qualcuno dei lettori del blog volesse attivare una discussione di ‘filosofia pratica’ con me.
Sono graditi anche gli interventi dei filosofi di professione, ma ancor più di interlocutori professionalmente impegnati in altri settori. O in cerca di prima occupazione…

“IL BANDOLO”
Novembre - Dicembre 2009
nn. 14 / 15

CI PENSIAMO SU
(E ANCHE DA DIETRO)?
rubrica a cura di Augusto Cavadi

Quanta vita avrà questa nuova rubrica che fa oggi capolino in un angolo del “Bandolo”? La risposta è appesa a due incognite. La prima è la longevità del curatore; la seconda - altrettanto imprevedibile - la reattività dei lettori. Infatti il curatore è un “filosofo consulente” e (poiché per fare filosofia - come per fare l’amore - è necessario essere almeno in due) le prossime puntate dipenderanno dalle interlocuzioni critiche di qualche lettore (filosofo di mestiere pure lui o, meglio ancora, non-filosofo).
Ma a che può servire in un periodico una spazio di riflessione? E’ un tocco in più di intellettualismo, di aristocraticità snobistica? Se la “filosofia-in-pratica” fosse la filosofia che si impara a scuola e all’università, sarebbe inevitabilmente così. Ma, dagli inizi degli anni Ottanta, alcuni filosofi europei abbiamo pensato (all’inizio indipendentemente, poi collegandoci in varie maniere tra di noi) che la filosofia scolastica ed accademica non esauriva lo spettro delle possibili modalità di filosofare; che c’era necessità di una filosofia per i non-filosofi; che andava riscoperta la funzione sociale della filosofia (per la verità antica almeno quanto Socrate).
Se avremo pazienza e voglia, puntata dopo puntata scopriremo insieme che cosa possa significare in pratica fare filosofia non ad uso dei futuri professori di filosofia (che, a loro volta, perpetueranno la casta), bensì ad uso delle donne e degli uomini ‘comuni’. E’ infatti molto strano che si studi chimica per inventare nuove medicine (e non certo per creare nuovi chimici) o giurisprudenza per diventare operatori di diritto a servizio della gente (e non certo per creare nuovi giureconsulti), mentre i filosofi non si preoccupano quasi per nulla delle ricadute pubbliche delle loro speculazioni teoretiche (preferendo parlarsi, in filosofese, tra di loro).
Con una battuta, si potrebbe dire che questa rubrica serve per capire la matassa di cui riteniamo di avere il bandolo: fuor di metafora, per capire quali sono le domande dell’uomo della strada a cui l’intellighentia dà - o si illude di dare - risposte. Ma dovremo spiegarci con più agio, e con più chiarezza, man mano che cammineremo insieme. Se qualcuno vuole anticipare un po’ i prossimi passaggi, può intanto cercare in libreria uno di questi tre testi introduttivi alla “Pratica filosofica” : La consulenza filosofica (Xenia, Milano 2007) di Davide Miccione; Consulente filosofico cercasi (Apogeo, Milano 2007) di Neri Pollastri; Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni (Di Girolamo, Trapani 2008) a cura di dieci soci dell’associazione nazionale “Phronesis”. Chi li avrà in mano, ma anche chi preferirà rimandarne ad altri giorni la lettura, potrà anche cominciare ad inviare le sue considerazioni critiche, le sue obiezioni, le sue richieste di chiarimento mediante il blog

www.augustocavadi.eu

La chiesa cattolica e la mafia

26 Febbraio 2010

“Repubblica - Palermo”
26.2.2010
COSA PUO’ FARE LA CHIESA CONTRO LA MAFIA
Mercoledì i vescovi italiani hanno pubblicato un documento interamente dedicato al Mezzogiorno. La notizia merita tre o quattro considerazioni. La prima è decisamente positiva: a poco più di vent’anni da un analogo documento, è importante che i vescovi cattolici dichiarino con toni chiari e forti che la questione meridionale non si è dissolta né tanto meno risolta. E che non si tratta di una questione locale, da riservare all’attenzione di antropologi curiosi di etnie arcaiche: l’intero sistema-Paese ne è corresponsabile quanto alle cause, ne paga gli effetti negativi e va coinvolto nelle strategie terapeutiche.
Una seconda considerazione: il giudizio sulla situazione attuale del Meridione non è certo lusinghiero. Di fronte ad uno sviluppo “bloccato”, i vescovi sostengono “la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento”, con attenzione particolare ai più deboli, “al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive”. Ma non si fanno illusioni: nonostante la retorica tracimante da documenti programmatici, comizi e dichiarazioni alla stampa, il ceto politico meridionale razzola male. Secondo la loro spietata diagnosi, “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e dei governatori regionali, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”.
Altrettanto significativa una terza considerazione: “Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale, aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descrivere e circoscrivere, ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Ci si chiede, però, se un’analisi di questo genere non dovrebbe implicare una più netta presa di distanza dai governi di centro-destra che “l’egoismo individuale e corporativo” non si limitano a praticarlo (come pure avviene in aree vaste del centro-sinistra), ma lo teorizzano e ne fanno una bandiera programmatica. Non ha molto senso evidenziare la questione meridionale se non si denunzia, con altrettanta decisione, la questione settentrionale: senza l’edonismo, il cinismo, l’anarcocapitalismo, la miopia campanilistica e razzista, la corruzione sistemica del Nord…, la condizione del Sud sarebbe altrettanto grave?
Una quarta considerazione meritano i passaggi del documento della CEI dedicati alle “organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo forme arcaiche e violente ben collaudate di controllo sul territorio e sulla società”. Che la Conferenza episcopale italiana ribadisca che “le mafie sono la configurazione più drammatica del ‘male’ e del ‘peccato’ ”, è certamente da apprezzare. Molto meno, a mio avviso, che essa veda, in queste “strutture di peccato”, “una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”. Una simile formulazione associa indebitamente illegalità sistemica e ateismo: ma si può dare per scontato che una società meno religiosa sia, per ciò stesso, una società meno etica? E, viceversa, si può dare per scontato che i mafiosi non siano sinceramente cattolici? Penso che la situazione sia molto più complessa. Per sintetizzare brutalmente quanto ho cercato di argomentare recentemente ne Il Dio dei mafiosi, ritengo che la teologia debba riconoscere che la cultura mafiosa sia imbevuta non solo di paganesimo e di religiosità popolare, ma anche di dottrina cattolica ufficiale ed ortodossa. E che dunque il compito più urgente per la comunità dei credenti è di rivedere radicalmente la sua interpretazione del messaggio evangelico in modo da liberarlo dalle scorie che, in venti secoli di dogmatismi e di moralismi, lo hanno reso irriconoscibile. La dottrina cattolica - con l’insistenza su temi assai poco evangelici come l’obbedienza gerarchica, l’intermediazione dei santi, l’enfatizzazione della famiglia, la sessuofobia - si presta troppo bene ad essere utilizzata ideologicamente dalle cosche mafiose. Qualora, invece, riscoprisse e rimettesse al centro i nuclei essenziali del vangelo di Gesù Cristo - la fratellanza, la giustizia, la solidarietà verso i deboli, la libertà di coscienza, il senso critico, la gratuità delle relazioni umane, la dignità della donna, la bellezza del cosmo - essa si renderebbe inutilizzabile da parte delle organizzazioni criminali. Anzi, potrebbe alimentare una vera e propria rivolta collettiva verso i mafiosi, i loro complici, i loro alleati.
Augusto Cavadi

Il documento dei vescovi italiani sul Mezzogiorno d’Italia

25 Febbraio 2010

La Cei: «Corruzione e mafia, cancro che avvelena l’Italia»
di Luca Kocci
“Manifesto” 25 febbraio 2010

Dura condanna delle mafie, definite un «cancro» che «avvelena la vita sociale», e della corruzione
della politica. Ma anche autocritica per i silenzi e le omissioni della Chiesa che ancora deve
«recepire sino in fondo l’esempio dei testimoni morti per la giustizia». È quanto afferma la
Conferenza episcopale italiana che, dopo una gestazione durata un anno, ha pubblicato il
documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, interamente dedicato alla
questione meridionale.
Il sud appare afflitto da «problemi irrisolti» che rischiano di isolarlo, «tagliandolo fuori dai grandi
processi di sviluppo» e «trasformandolo in un collettore di voti» per una classe politica inadeguata,
affermano i vescovi. Anche perché «il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei
sindaci, dei presidenti delle Province e delle Regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o
semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici» che
si sarebbero auspicati.
In questo contesto, proseguono i vescovi, a dispetto dei roboanti annunci del governo, «la mafia sta
prepotentemente rialzando la testa». Dagli anni ‘90 «le organizzazioni mafiose, che hanno messo
radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e
metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo ben collaudate forme arcaiche e
violente di controllo sul territorio e sulla società» nonostante «le sconfitte inflitte dallo Stato
attraverso l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura». Inoltre le organizzazioni criminali
«avvelenano la vita sociale», «soffocano l’economia» ed esautorano lo Stato, «favorendo
l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro,
manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e
concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale», dicono i vescovi. Delle vere e proprie
«strutture di peccato» contro le quali la Chiesa non sempre ha alzato la voce, come fece Giovanni
Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993: tanti uomini di Chiesa, sostengono i vescovi, «sembrano
cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male
antico e invincibile», dimenticando le testimonianze di don Pino Puglisi e di don Peppe Diana.
«Il documento della Cei è una buona notizia - dice Augusto Cavadi, teologo ed esperto di rapporti
fra cattolicesimo e mafia che ha appena pubblicato *Il Dio dei mafiosi* - ma adesso ne attendo altre
due: un documento analogo per condannare la Lega Nord dal momento che, al di là delle
motivazioni dei singoli, è un’organizzazione fondata su princìpi anti-evangelici come il
fondamentalismo, il razzismo e la derisione della solidarietà; e che i vescovi siciliani rompano il
silenzio tombale su quei politici complici acclarati di mafiosi, che pure brandiscono come bandiera
elettorale la loro appartenenza ecclesiale». «Il documento della Cei, se accolto con attenzione e
responsabilità dai credenti, potrà costituire nuovo stimolo per una coralità maggiore nell’impegno
per la costruzione legalità democratica», il commento di Libera di don Ciotti.

Il filmato della conversazione fra me e Corrado Augias

22 Febbraio 2010

Dalla rubrica “Le storie. Diario italiano” di Corrado Augias, intervista interamente dedicata al mio libro “Il Dio dei mafiosi” (San Paolo, Milano 2009) andata in onda su RAI 3 Martedì 9 febbraio.

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Omaggio al cantastorie Pino Veneziano

21 Febbraio 2010

“Repubblica-Palermo”
21.2.2010

IL CANTASTORIE DI SELINUNTE

Augusto Cavadi

Il volto è asciutto, duro, intensamente mascolino. Ma nel fondo degli occhi c’è qualcosa di tenero e di ridente, non solo quando è fotografato con la chitarra in mano e Luis Borges accanto. Così il “cuntastorie” siciliano Pino Veneziano (1933 - 1994) è raccontato dalle foto del libro Di questa terra facciamone un giardino a cura di R. Pollina e U. Leone (Coppola editore, Trapani 2009, pp. 74, euro 15,00, con CD incorporato). E così lo raccontano i versi delle sue canzoni: schietti e doloranti, talora persino violenti. Soprattutto quando gridano la rabbia dei braccianti (nativi di ieri, immigrati di oggi) contro i loro sfruttatori: “Vulemu tuttu chiddu chi facemu! /Vulemu tuttu chiddu ch’è nostru! Lu vostru?/ Vi lu lassumu:/ tantu è nenti!”. I curatori del “tributo a Pino Veneziano” si augurano che la sua indignazione al cospetto di ingiustizie antiche e di malaffari recenti possa diventare il grido di protesta della “sua” Selinunte, “offesa dal tentativo di cementificazione incombente” che “reclama di potere mantenere ciò che ha: il suo mare e la sua costa dove vengono a riprodursi le tartarughe marine, la pesca tradizionale delle sardine, la sua vegetazione, i suoi templi e le sue tradizioni agricole e marinare”.
Ma chi è stato questo conterraneo e contemporaneo di Ignazio Buttitta e di Ciccio Busacca, “picaro e gitano, dalla vita tormentata come quella di Rosa Balistreri”, che solo alle soglie dei quaranta anni poté imbracciare la sua prima chitarra? Che mette sulle labbra di straccioni in corteo per la casa parole di fuoco e di tenerezza (”Vulemu la casa! /Picchì l’omu senza casa, / l’acidduzzu senza nidu,/ lu babbaluci senza scorcia, / lu cunigghiu senza tana,/ su comu li pisci senza lu mari”)? Il ritratto emerge, quasi mosaico, da sette contributi: da Vincenzo Consolo (che, fra l’altro, nota “l’ironia del caso” per cui Pino, “autenticamente popolano”, portava lo stesso cognome del colto e grande poeta dialettale cinquecentesco Antonio Veneziano, l’autore de La Celia, dalla vita tormentata anch’egli, che ebbe la ventura di essere stato compagno di prigionia in Algeri di don Miguel de Cervantes”) a Gaetano Savatteri (a giudizio del quale la voce di Veneziano “fa affiorare l’incanto delle notti stellate, la risacca del mare, le poche case affacciate sulla spiaggia, la forza selvaggia di una natura che prendeva il sopravvento perfino sulle rovine antiche”) e ad Ascanio Celestini (secondo cui il “cantante-artista” siciliano non “fece musica”, ma volle “fare attraverso la musica”). E poi ancora le testimonianze di Rocco Pollina, anch’egli musicista e cantautore, che evoca “il suo dialetto siciliano tagliente come un coltello”; del compagno di lavoro al ristorante sul mare, Gaspare Giglio detto Jojò, che ricorda le visite di Danilo Dolci e di suoi illustri ospiti come Primo Levi; di Enrico Stassi, regista dello spettacolo teatrale dedicato alla vita di Pino Veneziano; di Piero Nissin, ‘produttore’ dell’unico disco (Lu patruni è suverchiu) inciso da Pino ed edito con una Nota di copertina firmata dal poeta Ignazio Buttitta (”Pino, alla potenza della voce, aggiunge la forza drammatica. Un catastorie che fa politica, e la sublima con la poesia. Gli argomenti sono la verità cantata da popolano a popolano, senza inganni. I padroni non sono necessari, le guerre nemmeno; le case sono necessarie: perché un coniglio senza tana, un uccello senza nido, sono come i pesci senza mare, dice”); di Umberto Leone, promotore dell’Associazione dedicata al suo amico scomparso di Selinunte, “un pezzo di colonna, una roccia di quel mare. La continuazione dell’arte e della sapienza di tanta bellezza”. Ed è proprio Leone a rievocare le esibizioni improvvisate dell’amico - dalla “faccia da gitano che sembrava scolpita dal libeccio e dallo scirocco” - davanti a “Lucio Dalla (quando cantava Itaca) e Fabrizio De André (quando cantava Amico fragile), il quale ultimo lo volle come spalla al suo primo concerto in Sicilia”.
Il libro è corredato da un cd in cui i testi e le musiche di Veneziano sono interpretati da vari artisti: Peppe Barra, Roy Pace, Umberto Leone, Palermo Art Ensemble, Etta Scelfo, Sud Sound System, Pippo e Rocco Pollina, Enrico Stassi, Officina Zoè, Moni Ovadia, Clara Salvo, Matilde Politi, Gabriele Zampigno & KSM, Mondorchestra, Michela Musolino. In una delle canzoni-poesie più note, l’autore consegna il nocciolo della sua travagliata lezione: “Chissa è ‘na terra ca nni duna aranci,/ chissa è ‘na terra ca nni duna vinu,/ si nni po’ fari un beddu jardinu,/ ma cca cu havi li guai si li chianci”. Come a dire: la natura è stata generosa con i siciliani, ma i siciliani non lo sono con sé stessi. Affrontano le difficoltà della vita con pazienza, ma individualisticamente: non sanno mettersi insieme, reagire collettivamente. Non sanno rispondere politicamente alle disgrazie inevitabili né alle malefatte evitabilissime. Certo, sarebbe storicamente scorretto attribuire questa incapacità di aggregazione politica a chi sa quale malformazione genetica dei siciliani: come ha ricordato più volte Umberto Santino, ci sono state nella storia momenti di grande mobilitazione popolare (come i Fasci siciliani di fine Ottocento o le lotte per la terra a metà Novecento). La reazione dei potenti, fiancheggiati quasi sempre dalle armi dello Stato e dei mafiosi, è stata però così dura da far marcire in galera i più attivi, costringere i più svegli a fuggire via e incidere a lungo nella memoria e nella psiche delle generazioni successive.

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Dal primo contributo, di Vincenzo Consolo

“Si sono perse le voci, e per sempre, dei poeti e dei cantori popolari di Sicilia, così come d’ogni altra regione o plaga di questo nostro paese, di questo nostro mondo d’oggi, assordato dai clamori imperiosi della violenza e della stupidità. Voci, quelle, umane e melodiose che davano voce ai sentimenti e ai pensieri di un popolo, un popolo che gioiva, soffriva dell’esistenza, soffriva della storia. Una catena sonora, quella popolare della Sicilia, che affondava l’origine sua nel più remoto tempo, nel tempo greco degli aedi e dei lirici. ‘La discendenza del canto popolare siciliano dalla musica greca dell’epoca classica è una proposizione indiscutibile’ scrive il musicologo Ottavio Tiby. Greco sì, il canto popolare siciliano, su cui però è passata la nenia lenta e profonda del deserto, del canto arabo vogliamo dire. il ‘borghese’ Alessio Di Giovanni, di Cianciana, per aver sentito una notte un carrettiere cantare il malioso canto che iniziava con il distico ‘ Lu sunnu di la notti m’arrubbasti:/ ti lu purtasti a dòrmiri cu tia’, si convertì al radicalismo dialettale, a scrivere tutte le sue opere, poesie e romanzi, in siciliano. Canto arabo dunque, andaluso e gitano, che dall’Andalusia moresca passò in Sicilia e nel Napoletano, parole e suoni, quelli del canto popolare siciliano, che di generazione in generazione si tramandavano e si ricreavano, una musica popolare che fecondava e rinnovava la musica dotta “.

Il 2010 anno internazionale dei migranti

21 Febbraio 2010

“Centonove” 19.2.2010

Migranti e così sia

Lo scombussolamento planetario, dovuto ai flussi migratori dal Sud al Nord del mondo, tocca in maniera significativa anche “semiperiferie anomale” (formula suggerita da Umberto Santino) come la Sicilia. Per questo meritano maggiore attenzione di quanto sinora gliene abbiano dedicato i mezzi di informazione le iniziative che si stanno realizzando nella nostra regione, sulla scia dell’anno per i migranti proclamato dalla Commissione per i Migranti delle Chiese d’Europa (CCME), alla quale partecipano il KEK (che raggruppa le Chiese Protestanti ed Ortodosse) e la Conferenza dei Vescovi cattolici europei.
“Viviamo” - ci dichiara Bruno Di Maio, responsabile della sezione palermitana del SAE (Segretariato per le Attività Ecumeniche) - “un momento nel quale in diversi Paesi europei (compreso il nostro) non mancano segnali inquietanti di un clima culturale impaurito che disconosce il valore fondamentale dell’alterità nella formazione di ogni identità; nella convinzione che quest’ultima si costituisca solamente attraverso l’assoluta auto-referenzialità socio-culturale. Attanagliati così dall’incubo dell’incontro con l’altro, subiamo quotidianamente pressanti appelli volti a disegnare apocalittici scenari futuri in cui la “razza” bianca scomparirebbe per lasciare il posto ad un odiato meticciato. Ecco perché le Chiese cristiane intendono essere da lievito e da stimolo alla società, facendo sì che il discorso su immigrazione e interazione con i migranti diventi un tema di crescita civile, sottratto ad ogni tipo di ideologia, al contempo fondato sugli insegnamenti della Bibbia” .
“Si tratta” - aggiunge Valerio Burrascano - “di mettere in pratica un dialogo interreligioso ed un ecumenismo ‘della vita’, fatto di scelte e gesti concreti; un nuovo e diverso atteggiamento dialogante che, senza dimenticare le diversità teologiche e pastorali così come le inevitabili contraddizioni e difficoltà dell’incontro con l’alterità, faccia della diaconia verso i migranti un’espressione concreta della testimonianza cristiana”.
A Palermo, dove da alcuni decenni si tengono con regolarità incontri ecumenici, possiamo segnalare due iniziative autonome che si collocano nella medesima prospettiva europea ora richiamata. La prima (intitolata “La Bibbia e lo straniero”) è stata pensata dal coordinamento delle chiese cristiane: sono previsti tre incontri nei quali i rappresentanti della Chiesa cattolica e delle altre Confessioni cristiane presenti a Palermo (Avventisti, Ortodossi, Valdesi, Metodisti, Anglicani, Pentecostali, Luterani) esporranno come le rispettive Chiese comprendono e mettono in pratica gli insegnamenti della Bibbia riguardanti gli stranieri.
La seconda iniziativa è stata varata dal SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) e dall’Associazione “ActaLibri”. Si tratta di un corso di formazione dal titolo:”Il DIVERSO, L’ALTRO, L’ULTERIORE – Percorsi d’incontro con la stranierità”. “Sappiamo bene” - spiega ancora Bruno Di Maio - “che nuovi ideologismi invitano – soffiando sul fuoco dell’intolleranza e della diffidenza verso l’altro – a ghettizzare chi può apparire diverso, differente, facendo leva su vere o presunte identità culturali e/o religiose da difendere. Di fronte a tali scenari drammaticamente attuali nel nostro paese, il corso di formazione SAE/ActaLibri intende offrire uno spazio di informazione e di riflessione nel quale i principali aspetti del problema vengono affrontati con competenza e metodo, fornendo ai partecipanti gli strumenti critici utili ad una elaborazione personale correttamente fondata”. “La presentazione della situazione reale dell’immigrazione in Europa ed in Italia” - aggiunge Valerio Burrascano - “permetterà di sgomberare il campo da possibili informazioni distorte o tendenziose. Sarà affrontato anche il tema della ‘prossimità non voluta, costrittiva, in cui però si può scoprire che il senza terra nel mio territorio è qualcuno cui sono chiamato ad essere prossimo’. Non mancherà infine un preciso e puntuale riferimento biblico, che ci illuminerà sulla possibilità universalistica insita nella Sacra Scrittura a partire dalla comune Legge per ebrei e gentili”.
La partecipazione di qualificati esponenti del mondo della cultura cittadino e nazionale intende proporre un servizio offerto alla nostra città per sostenerne una più precisa ed efficace collocazione entro un orizzonte europeo, sviluppandone al contempo le peculiari potenzialità di frontiera euro-mediterranea.
Augusto Cavadi
(www.augustocavadi.eu)

Antonio Silvio Salanitri su “Il Dio dei mafiosi”

19 Febbraio 2010

Mensile “Espero” - Febbraio 2010

PRESENTATO A TERMINI IMERESE L’ULTIMO LIBRO DI AUGUSTO CAVADI

Giorno 15 gennaio scorso, presso la libreria caffè Punto 52 a Termini Imerese, il consueto gruppo di lettura - in una edizione un po’ rivisitata - ha discusso con l’autore Augusto Cavadi e il teologo Vitaliano Cirrincione del libro Il Dio dei Mafiosi, edizioni San Paolo.
Chi vi ha partecipato ha potuto godere, in uno stile schietto e diretto, dell’interpretazione autentica dell’opera, ma di questo momento non si vuole qui provare a dare un resoconto, rispettandone la dimensione spazio-temporale dell’hinc et nunc. Si vuole, invece, cogliere l’occasione per parlare ancora e riflettere su un tema piuttosto inconsueto (così come trattato nel libro “Il Dio dei mafiosi”), partendo dall’opera stessa.
Dire, come usualmente accade, se si tratti di un bel libro o meno non pare che sia il giusto metro: un libro di questo tipo non si misura con il metro della “bellezza” ma con quello dell’utilità. Il libro è uno strumento valido e non privo di aspetti rivoluzionari, che finisce con l’arricchire preziosamente la cassetta degli strumenti di tutti coloro che vogliono meglio comprendere la fenomenologia mafiosa e che si occupano di pedagogia della legalità.
Come precisa lo stesso Autore in una nota tecnica, il libro si presta ad una lettura verticale tramite “finestre di approfondimento”; ma può rinvenirsi anche un piano di lettura orizzontale (testimoniato da una corposa bibliografia) nel quale possono individuarsi numerosi omaggi e richiami di opere e autori che prima e insieme all’Autore hanno trattato l’argomento, emergendo, dalle pagine del libro, una “coralità” sinfonica, ricca di voci, pensieri, esperienze, aneddoti, espressione di una significativa e positiva solidarietà.
L’analisi è svolta con il rigore logico del filosofo e la competenza del teologo, e il risultato ne guadagna in termini di linearità e semplicità: che cosa intendiamo per mafia? Qual è la visione mafiosa del mondo? Esiste una teologia dei mafiosi? Quale potrebbe essere una teologia “oggettivamente” antimafiosa? Sono queste le domande che Augusto Cavadi si pone, e a cui offre possibili risposte che, pur nella loro essenzialità, sono ricche di declinazioni. Si parla di registri tetri e drammatici contrapposti a quelli della speranza, della solarità; di visioni solipsistiche contrapposte a quelle conviviali e della fratellanza; di strutture gerarchiche e autoritarie contrapposte a formazioni democratiche ed egualitarie; del familismo amorale, della trascendenza senza immanenza, di sovranità accessibile solo per mediazione, della redenzione per soddisfazione vicaria, di ortodossia “tribale”. Riprendendo affermazioni dell’Autore, si potrebbe dire che il suo intento sia quello di contribuire – anche se in misura limitata – a un processo di riforma teologica e istituzionale che renda sempre meno possibile che una società a stragrande maggioranza cattolica partorisca Cosa nostra e stidde, ndrangheta, camorra e Sacra corona unita.
Rimangono di competenza del lettore alcune possibili domande, e tra queste: a chi si rivolge il libro? Perché l’esperienza mafiosa fa propria una teologia? E’ giustificato proporre una revisione della teologia cattolico-mediterranea (così la definisce l’Autore) sol perché presenta tratti preoccupantemente simili a quella mafiosa? Alla prima domanda ritengo che si possa rispondere: ai mafiosi, perché potrebbero prendere coscienza delle implicazioni contenute nel loro modello culturale; agli abitanti della “zona grigia”, che potrebbero prendere spunti per decidere in maniera più netta da che parte stare, appellandosi ad una spiritualità incarnata, trascendente ma anche immanente; ai teologi ufficiali e ai preti di quartiere che coraggiosamente potrebbero trarre spunto, o semplice occasione, per una riflessione inedita sulle conseguenze di lungo effetto, anche psicologiche, dei propri catechismi. Alla seconda domanda si potrebbe rispondere dicendo che i mafiosi sono uomini, e in quanto tali non sfuggono al bisogno di relazione con il divino, secondo il proprio modello culturale. Ma si potrebbe anche aggiungere che la necessità coincide con il bisogno strumentale di approvazione sociale: anche il fenomeno mafioso ha bisogno dei propri sostenitori, di consenso. E tra le immagini della “subcultura” in cui la mafia attinge la propria acqua ve ne sono alcune che si prestano particolarmente ad uno scambio osmotico, ad una relazione di asservimento di tipo parassitario: quelle prodotte da certi temi della teologica cattolica tradizionale. Alla terza domanda potrebbe rispondersi che se la teologia cattolica non potesse attingere altrimenti e altrettanto autorevolmente dalle proprie origini, non sarebbe certo giusto sottoporsi ad una rivisitazione sol perché strumentalmente depredata da una possibile teologia mafiosa. Ma se è possibile, come ritiene l’Autore, che il pensiero cristiano sia portatore di altri modi di essere, allora si potrebbe spezzare la catena secondo cui il “vangelo risulta tradotto e interpretato in una cultura – quella meridionale – che, a sua volta, è stata tradotta e interpretata dal sistema di potere mafioso. Perchè se è vero che la teologia cattolica non è mafiogena, è altrettanto vero che essa contribuisce alla concreta configurazione di questa mafia, contribuendo alla strutturazione del particolare contesto culturale nel quale la mafia si è di fatto costituita, e dal quale mutua parassitariamente simboli, credenze e pratiche”.
Ovviamente non poche cose potrebbero ancora essere dette, ma per concludere una senz’altro…con l’Autore: “sono convito che pensare sia una forma d’azione in se stessa, nonché una condizione imprescindibile per dare nerbo e direzione a tutte le altre forme d’azione, individuali e collettive”.

Antonio Silvio Salanitri