Archivi per la categoria ‘Filosofia: pratiche filosofiche’

Filosofare in terra di mafia (su una nuova rivista gratuita)

Venerdì, 16 Luglio 2010

“Vita pensata”
Rivista telematica GRATUITA
www.vitapensata.eu
Fondata e diretta da
Alberto G. Biuso e G. Randazzo

Direttore responsabile: Augusto Cavadi
N° 1

FILOSOFARE IN TERRA DI MAFIA

Molti professionisti della filosofia sembrano confermare, con la propria vita, ciò che l’immaginario collettivo suppone: che si possa filosofare in Afghanistan come in Danimarca, nel V secolo a. C. come nel X secolo d. C., protetti in una campana di vetro dai fastidi della cronaca. Una simile filosofia è senz’altro possibile: nulla di stupefacente, però, se essa - dimentica del contesto sociale – venga altrettanto solennemente ignorata dalle donne e dagli uomini immersi nella quotidianità della storia.
Cosa significa, in concreto, filosofare nel Meridione italiano a cavallo fra il XX e il XXI secolo?
Per comodità di sintesi, risponderei che ad attendere il filosofo è un duplice, inestricabile, compito: ‘diagnostico’ e ‘terapeutico’.
Innanzitutto egli può mettere a frutto la sua competenza nel decifrare i ‘testi’, nel decodificare le visioni-del-mondo implicite nei discorsi (e nella prassi) dei concittadini che aderiscono - formalmente , a titolo di militanti, o informalmente a titolo di simpatizzanti e sostenitori – alle varie organizzazioni mafiose. Egli, insomma, può individuare, tematizzare e problematizzare la filosofia della mafia (dove il genitivo è grammaticalmente ‘soggettivo’): la concezione dell’uomo, della società, dello Stato, della morale, della religione, dell’educazione, dell’economia….che i mafiosi solitamente (con tutte le eccezioni del caso) condividono, più irriflessivamente che consapevolmente. Se esiste, come ho tentato di sostenere altrove, una “teologia mafiosa” , a fortiori esiste una “filosofia mafiosa”: un modo di intendere e di spendere la vita all’interno di un quadro più ampio di riferimenti cosmologici e, in qualche misura, ontologici.
Conoscere la prospettiva mafiosa sul mondo è, già di per sé, un passo importante. Ma, per quanto rilevante, resterebbe insoddisfacente se non costituisse il presupposto per un secondo passo: la destrutturazione critica della filosofia messa a fuoco. Una cosa è fare storia delle idee, un’altra cosa è fare filosofia: l’analisi delle idee altrui è momento necessario, ma insufficiente, nell’itinerario propriamente filosofico di chi è chiamato, per fedeltà alla propria mission, a mettere in dubbio ogni posizione e a chiedere ragione di ogni convincimento.
Non ritengo superfluo soffermarmi, sia pur brevemente, su questo aspetto critico-teoretico del filosofare ‘incarnato’ in un ‘qui-ed-ora’. Sulla base di alcune significative esperienze personali, distinguerei contesti e finalità differenti (anche se è più facile distinguerli sulla carta che non nel concreto esercizio della propria pratica professionale).
Una prima topologia comprende i casi - davvero rari – in cui un soggetto (portatore di mentalità mafiosa) chieda un confronto ‘filosofico’ con un pensatore di mestiere nonché i casi, un po’ meno rari, in cui un piccolo gruppo di soggetti (portatori di mentalità mafiosa) accettino un confronto ‘filosofico’ con un pensatore di mestiere (per esempio su proposta di un ufficio del Ministero della Giustizia). In contesti del genere il rischio più immediato è di scivolare dalla filosofia all’edificazione morale (o, peggio, moralistica). Chi accetta di fare filosofia in queste condizioni deve essere sinceramente disposto a ‘pensare-con’ i propri interlocutori, nella presupposizione che suo compito primario non è ‘convertire’ o ‘salvare’ bensì accompagnare l’altro in un processo di consapevolezza e di dialogo, il cui esito non può essere surrettiziamente prefissato a priori. Ridetto in soldoni: se il filosofo è in veste di filosofo-consulente , non può escludere che - ragionando con un mafioso o con un gruppo di individui dalla mentalità mafiosa - possa arrivare ad ammettere che la filosofia mafiosa sia più coerente logicamente e più aderente al reale della sua propria filosofia a-mafiosa o anti-mafiosa.
Una seconda tipologia d’interlocuzione filosofica si configura nel caso in cui il pensatore di mestiere sia invitato a incontrare persone – soprattutto giovani - che, presumibilmente, non sono né membri di organizzazioni criminali né stabilmente influenzati da questi. Qui il rischio preminente non è più costituito dall’edificazione moralistica bensì dalla riduzione dell’esercizio filosofico a formazione ideologica. Lo dico subito per evitare equivoci: la produzione di ideologie (intese, con Karl Mannheim , quali apparati di idee in funzione operativa) non è un’attività disdicevole. Privare la lotta politica di qualsiasi dimensione ideologica - o, se si preferisce, ideale – equivale a relegarla sul piano dello scontro puramente fisico o comunque materiale. Con la stessa chiarezza, però, va detto che il filosofo in quanto tale non può trasformarsi in ideologo: neppure al servizio delle cause più nobili, dei partiti più progressisti, delle chiese più raccomandabili. Perciò egli, incontrando cittadini (soprattutto del Meridione italiano) in assetto di formazione etico-politica, può senz’altro manifestare apertamente le proprie critiche alla weltanschauung mafiosa e, altrettanto apertamente, evidenziare la fondatezza ontologica e la fecondità operativa di filosofie alternative, ma senza perdere due caratteristiche irrinunciabili della sua specificità professionale: l’intima, sincera, convinzione che le sue idee - per quanto meditate a lungo – non sono per principio irrevocabili ; e la conseguente intenzione di sottoporre queste sue idee ad un confronto schietto a 360° senza prefiggersi, come obiettivo strategico, di persuadere ad ogni costo (per esempio ricorrendo ad artifici retorici e avvocateschi) i non-filosofi di professione della validità di una visione dell’uomo e del mondo alternativa alla prospettiva mafiosa.
So bene che queste due esemplificazioni tipologiche, qui solamente accennate, non sono esenti da obiezioni. Alla più ovvia delle quali (“Ma così non si rinuncia alla valenza civile della filosofia? Non si rischia di fare il gioco delle organizzazioni criminali mafiose?”) potrei rispondere che, se si colloca la riflessione su un piano metodologicamente critico, il mafioso – attuale o potenziale – è già spostato ai margini della logica mafiosa. Se egli accetta le regole del confronto filosofico, si allontana per ciò stesso dalle regole della mentalità mafiosa. La filosofia, infatti, non ha bisogno di trasformarsi (degenerando) in strategia comunicativa di tipo moralistico o ideologico. Anzi, è proprio nella misura in cui supera ogni tentazione di dogmatismo, di autoritarismo, di tradizionalismo, di conformismo mentale, di paternalismo pedagogico…che si costituisce come antidoto ad ogni cultura – come quella mafiosa - imperniata sulla conservazione dello status quo, del privilegio e della sistematica violazione della dignità umana.

LA POLITICA REMA CONTRO

Giovedì, 25 Marzo 2010

“Le voci del villaggio”
Febbraio 2010 - anno 3 - n° 5

LA POLITICA REMA CONTRO
Nello scorso numero abbiamo inaugurato una nuova rubrica per chi ami entrare nel cerchio dei Vip (”Vivere in pienezza”). Il titolo dello spazio che abbiamo a disposizione per dialogare (non so se qualche lettore lo ricorda) è “Alla ricerca della felicità“. In attesa che qualcuno di voi si faccia avanti - con una lettera, con una e.mail, con un sms, con una telefonata o con un piccione viaggiatore - riprenderò la conversazione avviata e aggiungerò un piccolo mattoncino.
Il tema della prima puntata riguardava la felicità: uno stato complessivo della persona e della società in cui è inserita che nessun Pil può illudersi di misurare. Oggi ci chiediamo: da chi dipende la nostra felicità? Ci sono molte risposte errate. Per esempio dire che dipende dai politici, dai giudici, dai poliziotti, dai sindacalisti…Non è vero: nessun contesto sociale, istituzionale, può darmi la felicità. Bisogna allora dire che le condizioni economiche, giuridiche e culturali in cui ci capita di trascorrere il breve segmento della nostra esistenza sul pianeta sono irrilevanti per la felicità di ciascuno di noi? Anche questa opinione, a mio avviso, sarebbe errata. Non si può essere felici in un contesto di ingiustizie, censure, inquinamento. Neanche se, per un caso o un privilegio della sorte, fossimo personalmente indenni dalle conseguenze brutali dell’ingiustizia, delle limitazioni alla libertà e della brutalizzazione dell’ambiente naturale.
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Ci facciamo una bella ragionata?

Giovedì, 25 Marzo 2010

“La Cittadella”
Marzo 2010

UNA BELLA RAGIONATA ?

Da bambino non sapevo di cosa si occupasse effettivamente il ragioniere Giovanni Camilleri, ma il titolo con cui veniva appellato mi spingeva (più d’una volta, a quanto poi mi raccontò negli anni successivi) a chiedergli: “Ragioniere, ce la facciamo una bella ragionata?”.
Quando gli amici della redazione de “La cittadella” mi hanno invitato ad aprire una rubrica per i lettori, il ricordo infantile mi è riemerso. Non so bene il motivo. So solo che ho pensato di trarne il titolo del nostro spazio di dialogo: che vorrebbe essere, appunto, l’angolo in cui chiunque voglia - adolescente o adulto, istruito o meno - possa provare a ragionare su fatti, eventi e personaggi.
Ma cosa intendo per “ragionare”? Semplice: preoccuparsi non solo di affermare una propria opinione, ma anche di argomentare - di portare ragioni - a sostegno della propria opinione (e, se necessario, di mostrare la fragilità delle opinioni contrarie alla propria).
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PRATICA FILOSOFICA

Giovedì, 26 Novembre 2009

Quaderni di pratica filosofica
Novembre 2009

LA FILOSOFIA PUO’ FARE BENE SOLO
QUANDO NON SE LO PROPONE.
Idee ed agiti.

in AA.VV., FilosoFare, cura e orientamento al valore, a cura di Alessandro Volpone, Liguori, Napoli 2009, pp. 137 - 143.

La paradossale preziosa inutilità del filosofare

La filosofia-in-pratica (tentativo di traduzione dell’achenbachiana Philosophische praxis), come ogni possibile declinazione della filosofia, non può sottrarsi ad una tensione intrinseca fra due poli irrinunciabili : da una parte è un’attività libera, gratuita, insubordinabile a nessun fine ‘utile’; dall’altra, però, chi la esercita non può fare a meno di prevedere - o, per lo meno, di sperare - che essa non lascerà intatti uomini e cose . La filosofia inutile e preziosa, dunque: una contraddizione? Forse no: è preziosa solo in quanto inutile . E’ inutile e preziosa nello stesso tempo, ma non dallo stesso punto di vista: non funzionale all’utile se considerata in sé stessa come attività intellettuale , trasformativa se considerata come attività intellettuale esercitata da soggettività (a vario titolo coinvolte nel suo esercizio). A ben riflettere, è un po’ la paradossalità costitutiva di molte espressioni della vita umana: non ascolti musica né ti innamori della ragazza della porta accanto per superare una fase di depressione, ma ciò non esclude che l’abbonamento ai concerti di musica classica o l’innamoramento possano risultare terapeutici. A patto che non li affronti con attese terapeutiche. Infatti in sé stessi non sono terapie e possono mostrare risvolti rigenerativi solo se, e quando, non sono ricercati in vista di ricadute edificanti. Cerchi la bellezza per stare meglio o Platone al posto del Prozac? E’ la ricetta infallibile per non trovare né la bellezza né il benessere psichico, per non gustare Platone e per rimpiangere l’efficacia (per quanto relativa) degli psicofarmaci.
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Da giovedì 5 novembre 2009 “filosofia per non filosofi”

Martedì, 3 Novembre 2009

INCONTRI DI FILOSOFIA PRATICA
PER … NON FILOSOFI

Giovedì 5 novembre 2009 “Non è meglio evitare di cercare il senso della vita?” conduce Augusto Cavadi filosofo consulente riconosciuto “Phronesis”

Luogo: Cesmi (Centro studi di medicina integrata), via Dante 153
(091-9820468).

Data: Ordinariamente il primo ed il terzo giovedì di ogni mese
(tranne eccezioni che si comunicano alla fine dell’incontro
precedente e sul sito del Cesmi: www.cesmipalermo.it).

Orario: La sessione di pratica filosofica inizia puntualmente
alle 21,00 e termina alle 22,30.
Se non per motivi gravi ed eccezionali, si prega di arrivare
fra le 20,45 e le 20,55 in modo da non disturbare.

Condizioni di partecipazione: La partecipazione è aperta a tutti i soci del Cesmi (quota associativa annuale euro 100,00) e comporta un contributo di euro 5,00 per ogni sessione (da versare di volta in volta all’ingresso del Cesmi).
E’ possibile la partecipazione anche a persone interessate non iscritte al Cesmi: in questo caso la quota per ogni incontro è di euro 8,00.

Metodologia: Al termine di ogni sessione, la “comunità di ricerca” individua un interrogativo filosofico che la intriga (cos’è la coerenza etica? Sino a che punto si può rispettare la legalità? Che atteggiamento assumere nei confronti degli stranieri? …) che sarà affrontato nell’incontro successivo. Il filosofo professionista non ha alcun ruolo ‘magisteriale’: deve solo moderare, o stimolare (secondo i casi), la riflessione personale e la interazione fra i partecipanti (preferenzialmente: cittadini che non si occupano per mestiere di filosofia).
Chiunque può chiedere, e ottenere, la parola. Purché intervenga con stile filosofico. Dunque con stile:
* spregiudicato. In filosofia non si può dare nulla per scontato: non si può presupporre che gli altri diano per ovvia qualche credenza (religiosa, morale, politica, scientifica o d’altro genere);
* dialettico. In filosofia si può sostenere qualsiasi tesi, purché non ci si limiti ad esternare stati d’animo soggettivi o slogan: occorre argomentare la propria opinione, “rendere ragione” di ciò che si sostiene;
* sincero. In filosofia la motivazione essenziale dovrebbe essere la passione per la verità: dialogando con gli altri si dovrebbe evitare di sostenere ciò di cui non si è intimamente convinti;
* amichevole. In filosofia non ci sono avversari, ma compagni di strada: non ha senso intervenire polemicamente, per difendere animatamente una propria ‘posizione’ o per imporla ad altri a scopi di proselitismo o di propaganda.

Augusto Cavadi svolge attività di consulenza filosofica individuale su appuntamento. Inviare la richiesta all’indirizzo di posta elettronica info@cesmipalermo.com

DILEMMI FILOSOFICI

Mercoledì, 8 Luglio 2009

“La luce del faro”
Luglio 2008-07-17

Si può essere felici in una società malata?
Nel numero precedente ho avuto modo di presentare, sia pur per sommi capi, la nuova professione del consulente filosofico. Oggi vorrei provare ad esaminare una delle domande più ricorrenti che il filosofo si sente porre da chi bussa alla porta del suo studio per una conversazione: si può essere felici?
Poiché la parola ‘felicità’ è una delle più abusate, inflazionate ed equivoche, bisogna innanzitutto chiarire di volta di volta cosa significhi per noi.
Felicità , infatti, può essere intesa almeno in due accezioni principali: la beatitudine definitiva di chi ha raggiunto la méta e il benessere provvisorio di chi è ancora in cammino. A rigor di logica, è difficile dare torto a sant’Agostino quando diceva (mille e settecento anni fa) che se la felicità non è totale e definitiva non può essere vera felicità: infatti chi può essere davvero felice se gli manca qualcosa o se ha continuo timore di perdere quello che ha? Se mi manca qualcosa, penserò continuamente non alle 99 cose che ho, ma a quell’unica che non ho. E se ho anche 100 cose, ma non ho la garanzia assoluta di possederle per sempre, sarò continuamente in ansia per l’eventualità che mi se ne tolgano 1, 10 o tutte e 100.
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PRATICHE FILOSOFICHE

Lunedì, 1 Giugno 2009

“KOINE’ “, anno XVI, nn. 1 – 3, gennaio-giugno 2009

AA.VV., Filosofia e politica: che fare?, Editrice Petite Plaisance, Pistoia 2009, pp. 255 - 268

La filosofia-in-pratica e la politica.
Una discussione lacustre.

Breve premessa a chiarimento delle righe successive
All’inizio del terzo millennio sono stato invitato - non ricordo più da chi - a partecipare alla fondazione di un’associazione italiana per la consulenza filosofica (AICF) . Accostatomi ai pochi filosofi (e ai numerosi psicoterapeuti) interessati al processo di importazione nel nostro Paese della Philosophische Praxis proposta in Germania da Gerd Achenbach , ho scoperto - con qualche sorpresa e molta soddisfazione - che potevo dare un nome a ciò che avevo da sempre pensato e, molto imperfettamente, realizzato: fare filosofia non come mera ermeneutica dei testi ‘classici’ ma, anche e soprattutto, come occasione per trasformare la mia vita ed offrire ad altri - impegnati in ruoli sociali diversi - l’occasione di trasformare la loro. Mi riuscì dunque spontaneo raccontare in un volume le principali esperienze di filosofia-in-pratica: Quando ha problemi chi è sano di mente. Un’introduzione al philosophical counseling (Rubbettino, 2003), arricchito da una Breve storia della consulenza filosofica a firma di Neri Pollastri, fu il primo libro sull’argomento pubblicato in Italia.
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CONSULENZA FILOSOFICA

Lunedì, 1 Giugno 2009

“KOINE’ “, anno XVI, nn. 1 - 3

AA.VV., Filosofia e politica: che fare?, Editrice Petite Plaisance, Pistoia 2009, pp. 318 - 319

N. Pollastri, Consulente filosofico cercasi, Apogeo, Milano 2007, pp. 120.

Come molti ricordano, Hegel notava con sottile ironia che chiunque voglia imparare un mestiere - ciabbatttino o medico - ritiene indispensabile sottoporsi ad apprendistato, mentre filosofi ci s’improvvisa scavalcando la fase dell’ iniziazione. Oggi si potrebbe aggiungere che, nell’ambito degli studi filosofici, nessuno si sognerebbe di pronunziarsi su un pensatore o su una corrente di pensiero se non avesse letto almeno un titolo della bibliografia attinente. Questa elementare cautela viene allegramente scavalcata in un solo caso: quando ci si pronunzia sulla Philosophische Praxis di Gerd Achenbach e, più in generale, sul variegato mondo delle filosofie-in-pratica. Qui, infatti, è come se gli ultimi venticinque anni fossero due o tre settimane; come se centinaia di volumi e di articoli scientifici, in tutte le principali lingue del mondo, non fossero stati scritti. Sarebbe ridicolo, se non fosse patetico, constatare come serissimi docenti universitari, che non aprono bocca su un argomento quando non sono informati e aggiornati, sono prontissimi a sparare sentenze ogni volta che vengono richiesti di un parere sulla “consulenza filosofica” o su qualche altra pratica filosofica (di cui non hanno la minima cognizione diretta).
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QUESTIONI ETICHE

Domenica, 24 Maggio 2009

“Repubblica - Palermo” del 24.5.09

Confessare le corna? Ecco il dilemma

Serena Passarello
DILEMMI ETICI
Edizioni Giunti
pagine141 - euro 9,50

Fare filosofia significa, innanzitutto, accettare le domande che la vita ci getta in faccia. E spesso sono domande che si configurano in forma dilemmatica: dall’ Antigone di Sofocle (vuoi obbedire alla legge dello Stato o alla voce del cuore?) al soldato Piero di Fabrizio de André (vuoi uccidere subito o riflettere col rischio di restare ucciso?). Ma - per questa ragione - un po’ di filosofia dovrebbe rientrare nel bagaglio minimo di ogni persona che non sia disposta a lasciarsi manovrare dalle circostanze.
La palermitana Serena Passarello ha predisposto, proprio per quanti non sono filosofi di professione, un libretto agile, ma documentato e a tratti acuto: Dilemmi etici (che, non a caso, è stato ospitato nella Collana “Filosofia on the road”). Dopo aver sintetizzato il cuore della questione (ci sono casi in cui optare fra due strade è difficilissimo, ma inevitabile), l’autrice evoca alcuni passaggi cruciali della storia del pensiero occidentale; poi mette in scena alcune figure tratte dalla fantasia sia dei filosofi (come la coppia antitetica kierkegaardiana di don Giovanni e del giudice Guglielmo) che di letterati (fra cui Goethe e Dostoevskji). Nella parte conclusiva non poteva mancare l’esame di un dilemma davvero quotidiano: dire o non dire la verità. Per esempio, confessare i ‘tradimenti’ coniugali. Insomma: l’esistenza è tragica, ma è il prezzo che paghiamo per il privilegio di essere liberi.

INSULARITA’ E PSICOLOGIA

Domenica, 15 Marzo 2009

Repubblica - Palermo 15.3.09

IL MARE DI LO VERSO CHE ESPLORA LA MENTE

Palermo partorisce, insieme a tante cose che meriterebbero di essere dimenticate, anche cose che meriterebbero d’essere conosciute. Di solito, però, avviene esattamente l’opposto e cosÏ la nostra città deve la sua fama ad una serie di dati per cui sarebbe preferibile l’anonimato.
Un libro recente - in cui l’autore racconta due passioni centrali della sua vita: il mare e la psicoterapia - offre il destro per far conoscere ad un pubblico ampio un orientamento analitico che da anni è ormai entrato nella storia della psicologia contemporanea. Girolamo Lo Verso, infatti, in Dentro il mare il mare dentro (Magenes, Milano 2008) mette in relazione il suo appassionato radicamento in un’isola mediterranea con la pratica del modello “gruppoanalitico soggettuale” che non per caso ha visto la luce proprio in Sicilia. Ma vediamo di capire meglio l’intreccio.
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