Archivi per la categoria ‘Mafia’

Davide Romano (”Riforma”) su “La mafia spiegata ai turisti”

Martedì, 6 Luglio 2010

“Riforma”
2 luglio 2010

Augusto Cavadi, insegnante e giornalista palermitano, prova con il suo libricino “La mafia spiegata ai turisti” ( Di Girolamo, 64 pp, euro 5.90) a sfatare il mito della mafia e i luoghi comuni che l’accompagnano. Rispondendo alle tre domandi principali “Di che si tratta?, “C’è sempre stata?” e “Ci sarà per sempre?” l’autore scioglie equivoci, dubbi e paure della cultura popolare, attraverso un linguaggio semplice e il richiamo ai maggiori fatti di cronaca. La differenza tra “mafia buona” e “mafia cattiva”, l’immagine della Sicilia assimilata a quella del Far West, il rapporto Stato-Chiesa-mafia, questi sono solo alcuni dei temi trattati dall’autore, utilizzando la struttura e l’immediatezza dell’intervista come modello di comunicazione. I “turisti” del titolo non sono solo gli stranieri, ma anche gli italiani e i siciliani, spesso i primi a non essere informati sull’argomento. Questa lettura ha uno scopo preciso, la conoscenza come arma non-violenta, come speranza di legalità contro un fenomeno sociale, come quello mafioso, nocivo ma potente e ben radicato nel territorio italiano e non solo. L’opera è stata realizzata multilingue, proprio perché la mafia non è solo un problema italiano ma globale, e da qui nasce il bisogno d’istruire le società, dove la maggior parte degli individui sceglie di essere spettatore passivo. Inoltre nel volume è dedicato ampio spazio alla vita di Giuseppe Impastato, alla sua storia di figlio ribelle della mafia. Un capitolo che ha il potere di commuovere riportando dei dati storici, il cui susseguirsi dà il ritmo all’indignazione. Il libro dà anche una risposta d’autore alla domanda che ci si pone sempre, la mafia avrà mai fine? Dal testamento civile “Cose di cosa nostra” di Giovanni Falcone una risposta chiara: “Dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi una fine”.

Davide Romano

Il meta-pizzino di Salvatore Coppola

Domenica, 4 Luglio 2010

“Repubblica – Palermo”
4.7.2010

PIZZINI ALTRI CONTRO I BOSS

Salvatore Coppola
IL ‘MIO’ PIZZINO

Coppola
pagine 40
euro 2

Ormai da alcuni anni i “pizzini della legalità“, inventati a Trapani dall’artigiano dell’editoria Salvatore Coppola, fanno il giro d’Italia; anche perché gli autori sono non più soltanto siciliani ma intellettuali - come Rosario Esposito La Rossa di Scampia (Napoli) - di altre regioni infestate dalle mafie. I libretti-taccuini, che imitano materialmente i famigerati “pizzini” di Provenzano per capovolgerne l’intenzionalità e diffondere semi di democrazia, hanno meritato a Coppola vari riconoscimenti: ultimo, in ordine di tempo, il premio “Libera - Trapani” del 2009. Come si legge nella motivazione, si è voluto dare un riconoscimento pubblico a un cittadino che non si stanca di diffondere “i drammi della nostra terra, ma anche le cose belle che appartengono alla sua rinascita” in atto.
L’occasione ha suggerito all’editore di diventare autore: nasce così Il ‘mio’ pizzino, un pizzino che racconta le origini e la storia dei block-notes sinora pubblicati. Insomma: una sorta di meta-pizzino in cui viene evocata l’indignazione verso l’equazione mafia= Sicilia e, più in particolare, la voglia di strappare dal vocabolario delle cosche quel “piccolo pezzo di carta che nei tempi passati era l’unico mezzo per comunicare con la promessa sposa o usato - piegato a fisarmonica - per i compiti in classe, o anche dove annotare gli appuntamenti, la nota della spesa o qualcosa da non dimenticare”.

Augusto Cavadi

Maurizio Crippa intervista Augusto Cavadi (”Il Foglio” del 28.11.09)

Giovedì, 17 Giugno 2010

“IL FOGLIO
QUOTIDIANO”
SABATO 28 NOVEMBRE 2009

IL COMPLICATO E PERVERSO RAPPORTO TRA MAFIA E RELIGIONE

IL CONVERTITO SPATUZZA E IL FONDAMENTO TEOLOGICO DEL CONCORSO ESTERNO

Introduzione alla Sacra scrittura;Teologia fondamentale;Storia della chiesa;Filosofia teoretica ;Cristologia e patrologia . Insomma gli esami fondamentali di un buon primo anno di teologia, ben passati all’ Istituto di Scienze religiose delle Marche, I’Università teologica riservata ai laici e agli aspiranti professori di religione. Un buon curriculum , anche senza essere un ex killer di Cosa nostra , messo insieme sudando su tomi del teologo Piero Coda e su classici del seminario come la “Teologia della Rivelazione”di Rene Latourelle. E’ opinabile se la conversione religiosa e la nuova dimestichezza con le cose di Dio conferiscano al pentito Gaspare Spatuzza maggiore attendibilità sulle stragi del ‘93 . Ma di certo il suo libretto universitario, pubblicato ieri dal “Corriere della Sera”,aggiunge un nuovo mattone a quel complicato e perverso rapporto tra gli uomini di mafia e la religione, a cui Augusto Cavadi ha dedicato un libro problematico e accusatorio, “Il Dio dei mafiosi”. Ed è questo rapporto perverso tra cattolicesimo e antropologia mafiosa il nodo gordiano che Cavadi vorrebbe tagliare. Di Spatuzza non parla, ovviamente, forse alla prossima edizione. Ma, intercettato dal “Foglio” mentre va a discutere di legalità, chiese e mafia in giro per la bergamasca, il professore palermitano oppone subito un distinguo, risolutivo, circa l’attendibilità: “Che un delinquente si converta e si avvicini a Dio dopo il pentimento, o in carcere, non mi fa problema: in fondo rientra nel clichè di fra’ Cristoforo. Mi fanno più problema i mafiosi che si interessano alla fede prima”. Il che non è ammissibile, secondo il rigorismo della teologia antimafia. Il caso di scuola prima di Spatuzza, è quello di Pietro Aglieri, il figlioccio di Binnu Provenzano nel cui covo trovarono testi di santa Teresina di Lisieux e la “Mistica della croce” di Edith Stein. Il boss che appuntava pensieri cosi: “Gesù può veramente mondarmi. Di questo sono sicurissimo. Ma io voglio veramente essere guarito?”. Di questo andava a discutere “u signurinu” Aglieri con padre Frittitta, il carmelitano delia Kalsa che di lui testimoniò: “Pregava sette ore al giorno, digiunava due volte alla settimana”. Il caso è interessante: Frittita, infatti, che si limitava a offrire al boss il conforto della fede senza esigere, oltre alla conversione del cuore, pure il pentimento giudiziario, fu condannato per favoreggiamento. E, rievoca Cavadi, sul suo caso la chiesa palermitana si spaccò. Una commissione teologica voluta dal cardinale De Giorgi stese un documento che condannava la teologia “permissiva” alla Frittitta. “Ma è restato lettera morta, la maggioranza della chiesa locale si schierò contro”. Fatto grave, perché “non basta condannare il non uccidere, bisogna condannare anche l’appoggio politico, la connivenza”. In pratica, si dovrebbe fondare teologicamente il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come scrisse la rivista “Segno”: “Il pentimento davanti a Dio e non agli uomini è una stupidaggine ideologica tipicamente clericale”. Ma Spatuzza è un bravo studente di teologia.

Maurizio Crippa

Riina si rivolge a Tettamanzi per essere “raccomandato”

Domenica, 25 Aprile 2010

www.famigliacristiana.it/Informazione/News/articolo/riina-scrive-a-tettamanzi.aspx

SE RIINA SCRIVE A TETTAMANZI
Cavadi, esperto di mafia: forse dietro la lettera del boss c’è qualcosa da decifrare.
23/04/2010

“Mi lascia perplesso il fatto che Riina si sia rivolto a un uomo come il cardinale Dionigi Tettamanzi, un arcivescovo che ha sempre mostrato un alto rispetto per le istituzioni”. Il professor Augusto Cavadi, palermitano, esperto di mafia e autore del recente volume pubblicato dalla San Paolo “Il Dio dei mafiosi”, commenta così la notizia che il boss di Cosa nostra, in carcere da 17 anni, si sia rivolto al cardinale di Milano perché sostenga la sua domanda di grazia. La lettera è giunta in curia attraverso un cappellano dell’istituto penitenziario di Opera. “Non sapevamo nulla”, sostengono i suoi avvocati.

“La mafia”, spiega a Famiglia Cristiana il professor Cavadi, “è abituata a saltare i canali istituzionali. Anche per questo, come spiego nel mio libro, ha cercato il sostegno e l’appoggio della Chiesa. In questo senso il gesto di Riina si inserisce in una sorta di continuità. La mafia ha cercato sempre un collegamento con una istituzione altra rispetto a quella statale, ha cercato di usare i simboli religiosi e ha tentato di allearsi con una certa parte di Chiesa. Quello che però mi sorprende di questa lettera, ripeto, è che questo gesto non può trovare sponda in un uomo della levatura del cardinale Tettamanzi. Sono sicuro che l’arcivescovo di Milano non potrà che dargli un conforto umano e invitarlo a seguire le vie istituzionali per la sua richiesta. Questo, un uomo come Riina, dovrebbe saperlo. Mi chiedo se non ci siano altre intenzioni o altri messaggi - e quali possano essere -, dietro a questa iniziativa”.

Chiese e mafia. C’è la critica, manca l’autocritica

Lunedì, 12 Aprile 2010

“Adista - Segni nuovi”
17.4.2010

CHIESE E MAFIA. C’E’ LA CRITICA, MANCA L’AUTOCRITICA

Il Documento della CEI Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno si presta a diverse considerazioni. Mi limito a quattro. La prima è di metodo: quando i vescovi affermano di non pretendere di offrire “un profilo risolutore e definitivo”, ma di “dare un contributo alla comune fatica del pensare”, mostrano maturità teologica e civile. Mostrano il volto di una Chiesa che, nelle questioni sociali e politiche, non si arroga monopoli ma accetta di affiancarsi agli uomini e alle donne in cammino nella storia. Anche la seconda considerazione - questa volta di merito, di contenuto - depone a favore del Documento: esso condensa alcuni dei punti principali di un programma di governo riformatore e progressista, anti-razzista e anti-mafioso, incentrato sulla legalità formale e sulla giustizia sostanziale. Ma - e qui siamo ad una terza considerazione - questa serietà progettuale viene resa poco credibile da una stupefacente assenza di autocritica. In passaggi cruciali (”Nelle comunità cristiane si sperimentano relazioni significative e fraterne, caratterizzate dall’attenzione all’altro, da un impegno educativo condiviso, dall’ascolto della Parola e dalla frequenza ai sacramenti”) si usa l’indicativo presente (”si sperimentano”) al posto del condizionale (”si dovrebbero sperimentare”): si spaccia per fotografia del reale un sogno molto parzialmente realizzato. Così si impedisce qualsiasi “esame di coscienza” personale e collettivo: da dove provengono generazioni di amministratori, politici, imprenditori, intellettuali, commercianti, magistrati che, da una parte, si sono proclamati cristiani e cattolici e, dall’altra, hanno alimentato ogni forma di illegalità, di furbizia, di compromesso, di silenzi o addirittura connivenze? Da quale navicella spaziale (esterna ed estranea al corso effettivo della storia e della cronaca italiane) stanno parlando i vescovi? A quale organismo ecclesiale appartenevano cardinali come Ernesto Ruffini o Michele Giordano, arcivescovi come Salvatore Cassisa?
Ma le perplessità che emergono dalle righe del documento si fanno ancora più consistenti se, dal testo, si passa al contesto (come suggerito - anzi, imposto - dal testo stesso). Leggiamo infatti una formulazione efficace tratta dalla Centesimus annus : “Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione”. Benissimo. Ma come conciliare questa attenzione ai frutti dell’albero, alla prassi, con messaggi attualissimi quali l’invito del cardinal Bagnasco, presidente della CEI, a privilegiare col voto quei partiti che affermano di voler difendere alcuni principi dell’etica cattolica (quali la condanna dell’aborto); che ne trascurano altri non meno rilevanti (tutti quelli ricordati in questo stesso documento: dall’accoglienza degli immigrati alla solidarietà nazionale) e, in pratica, li calpestano tutti quanti, anche quei pochi che proclamano in teoria (per esempio la morale sessuale)? Come conciliare l’invito a lottare per “la libertà nel e del Mezzogiorno” (inquinato da “omertà, favori illegali consolidati, gruppi di pressione criminale, territori controllati, paure diffuse, itinerari privilegiati e protetti”) con la quotidiana connivenza con singoli politici e con intere formazioni partitiche che, nello stesso Mezzogiorno, con una mano sbandierano la militanza cattolica per chiedere voti e, con l’altra, impastano raccomandazioni, tessono complicità, operano truffe? La lista dei politici dell’UDC processati e condannati per reati di mafia (tra i quali un presidente della regione condannato a sei anni e cinque mesi per favoreggiamento di mafiosi, in primo grado, e a sette anni in secondo grado) è forse la più lunga dall’inizio della Seconda Repubblica (non parliamo, per carità di Patria e di Andreotti, della Prima): è logico che né in questo documento né in altre sedi ci sia stata una sola parola di riprovazione da parte dei vescovi?

Il “lato B” della mafia

Domenica, 27 Dicembre 2009

“Repubblica - Palermo”
27. 12. 2009

Augusto Cavadi

Angelo Vecchio
LA MAFIA DEL CULO
Nuova Ipsa
pagine 176
euro 15

La cronaca registra giri sempre più frenetici di “utilizzatori finali” di donnine allegre, transessuali seducenti e persino minori più o meno plagiati. E’ ovvio che un cronista di nera con la passione letteraria, come Angelo Vecchio, abbia avvertito il desiderio di trasporre in un romanzo - leggibile e a tratti avvincente - le notizie con cui lavora quotidianamente. La mafia del culo è il risultato di questo desiderio. Il racconto è costruito come la sceneggiatura di una puntata delle tante serie poliziesche televisive: e di questo taglio possiede pregi (ritmo incalzante, intreccio di vicende private e scenari sociali, fruibilità popolare) e limiti (soprattutto la fisionomia dei vari personaggi, un po’ troppo prevedibili, quasi riproduzioni di tipologie già viste, specie dopo l’inizio dell’era camilleriana). Nonostante il titolo, la mafia in senso tecnico (per intenderci: “Cosa nostra”) non entra nella trama. C’entra un’organizzazione segreta che delle associazioni mafiose possiede più di un tratto: dispone di denaro a fiumi, manovra uomini delle istituzioni e, se necessario, usa la violenza. Di specifico ha un’attrazione verso il lato B dei maschietti: il che la rende più pruriginosa, non meno pericolosa della mafia di cui l’autore si è a lungo occupato - con facilità di penna e zelo civico - su altri registri di scrittura.

SCUOLA E MAFIA

Giovedì, 17 Dicembre 2009

Repubblica – Palermo 17.12.2009

LA SCUOLA ANTIMAFIA NON REGALA DIPLOMI

Il dibattito sui vuoti di organico nelle sedi giudiziarie più scottanti registra opinioni abbastanza discordanti fra il ministro della giustizia e alcuni magistrati impegnati in territori mafiosi. Un ricordo autobiografico può apportare, alla riflessione critica del cittadino, qualche elemento in più. Nel corso di un seminario, organizzato dalla Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” circa dieci anni fa, ebbi a chiedere al procuratore Grasso come mai il Csm lasciasse vacanti tanti posti di magistrati. “Lo chieda ai suoi colleghi che insegnano nelle scuole secondarie e all’università - fu la risposta- : come facciamo ad inserire nei ruoli candidati laureati che non sanno neppure scrivere in italiano decente?”.
Alla luce di indagini anche recentissime sul livello di istruzione degli alunni italiani - e meridionali in particolare - sarebbe difficile tacciare di esagerazione la risposta del magistrato. Noi insegnanti dovremmo dunque, accantonata la tentazione di reagire corporativisticamente, provare a fare il punto sulla situazione in maniera adulta e oggettiva.
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Quando il Sud può dare una mano al Nord

Domenica, 13 Dicembre 2009

“Centonove”
11.12.09

ANTIMAFIA: SE NORD CHIAMA SUD

“Che cosa può fare il Nord per aiutare il Sud a liberarsi dalla mafia? Da anni, qui in Lombardia, i cittadini più sensibili si rimpallano questa domanda. Ma, alla vigilia delle grandi opere pubbliche per Milano Expo, è forse arrivato il momento di invertire l’interrogativo: che cosa può fare il Sud per aiutare il Nord a prendere coscienza del pericolo mafioso e attrezzarsi per sradicare le infiltrazioni già in atto?”. Questo passaggio di un intervento al Convegno, organizzato dall’Università di Bergamo, su “Legalità è partecipazione” può dare un’idea del clima nel quale studiosi, ragazzi di “Addiopizzo”, artisti, soci delle cooperative di “Libera” che gestiscono terre confiscate a mafiosi, si sono incontrati negli ultimi giorni di novembre: fuori dai luoghi comuni, dalla retorica d’occasione, per provare a raccontare (anche grazie ad un docu-film efficace di Paolo Maselli e Daniela Gambino) una Sicilia che resiste. E che, con gesti concreti, sta rendendo possibile un futuro migliore.
Ma davvero l’isola mediterranea, così sfregiata dalla criminalità affaristico-politica, può dare una mano ai concittadini settentrionali? La premessa, per nulla ovvia, è che ce ne sia la necessità. Un imprenditore palermitano, trasferitosi di recente a Milano proprio perchè stanco di lottare contro il racket delle estorsioni, lo ha confidato nel corso di una conversazione privata: “Tutto potevo aspettarmi, tranne che nel capoluogo lombardo il negozio di fronte al mio e quello accanto pagassero mensilmente il pizzo”. E la Lombardia risulta fra le regioni d’Italia in cui più alti sono - per numero e per valore finanziario - immobili e aziende sequestrate a mafiosi.
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Sulla giornata internazionale della violenza sulle donne

Mercoledì, 25 Novembre 2009

“Repubblica - Palermo”
25 - 11 - 09

LE NOSTRE RADICI E LA VIOLENZA SULLE DONNE

Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza dei maschi sulle donne, le agenzie battono la notizia della morte della donna di Giarre bruciata dal marito. Ma, per fortuna, la data non passerà inosservata anche per eventi di segni opposto: a Palermo, ad esempio, dalle 16 in poi, un gruppo di associazioni animerà un gazebo al Politeama con poesie e musiche, mentre a Giurisprudenza sarà presentato alle 18 un videoteatro di Margò Cacioppo, “Contro la mattanza”, dedicato al “femminicidio”.
Che le donne si mobilitino, è ammirevole; meno apprezzabile, l’eventuale silenzio dei maschi.
Sia per motivi generali che legati al contesto meridionale. In generale, infatti, nessuna strategia culturale potrà davvero incidere nel tessuto sociale sino a quando i maschi non riusciremo a capire almeno alcune delle ragioni radicali che possono indurci alla violenza nei confronti dell’altro sesso: a cominciare dalla paura del femminile che è in noi. Se - in ascolto della mitologia antica e della psicoanalisi contemporanea - accettassimo la dimensione femminea che è parte costitutiva della nostra personalità (proprio come in ogni psiche femminile è presente una valenza maschile), ci rapporteremmo con le donne in maniera meno aggressiva, più rilassata. Non avvertiremmo l’esigenza prepotente di affermarci differenti in tutto e per tutto, anzi superiori. Proprio come facciamo, ricorrendo all’ironia anche più volgare, nei confronti dei gay e dei transessuali.
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Intervista su “Avvenire” di oggi (15 settembre 2009)

Martedì, 15 Settembre 2009

“Avvenire”
(15.9.09)

“Ma non è cristiano il ‘dio’dei mafiosi”

ALESSANDRA TURRISI
PALERMO.

Un Dio onnipotente ma non misericordioso, trascendente ma lontano dall’uomo, inaccessibile se non grazie all’intercessione di dubbie figure di mediatori qualificati: più un ‘padrino’ che un Padre. Ecco il volto di Dio disegnato dai boss, capaci di sostituirsi a lui senza mai negarlo formalmente, e di proclamarsi cattolici continuando a spargere spietatamente sangue. Una contraddizione che viene analizzata nel libro “Il Dio dei mafiosi” (edizioni San Paolo, 256 pagine, 18 euro), scritto dal giornalista, sociologo e teologo palermitano Augusto Cavadi. Un volume che affronta gli aspetti culturali di un fenomeno complesso come la mafia, capace di strumentalizzare i principi fondamentali della teologia cattolica, e suggerisce anche alcune strategie di prevenzione e di contrasto.
Boss che si fanno il segno della croce prima di uccidere, altri trovati con la Bibbia sul comodino. Cosa cercano i mafiosi nella religione cristiana?
“Il cristianesimo è stato declinato, nella storia, in maniere differenti. I mafiosi di Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, Sacra corona unita e stidda conoscono solo la versione che io chiamo ‘mediterranea’. A questo universo simbolico attingono per autolegittimarsi: vi cercano un’anima, una identità culturale, che li giustifichi agli occhi della propria coscienza e dell’opinione pubblica. Non è un caso che tra i riti di iniziazione per un ‘uomo d’onore’ vi sia la cosiddetta punciuta, che comporta di bruciare un’immagine sacra su cui è stata versata qualche goccia di sangue del dito del candidato all’ingresso in Cosa Nostra”.
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