Archivi per la categoria ‘Prossimi appuntamenti’

Breve nota sul “Gazzettino di Belluno”

Giovedì, 2 Settembre 2010

In Nevegal la vacanza è una filosofia
Mercoledì 1 Settembre 2010

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Vacanze filosofiche in Nevegal per 40 «non filosofi» provenienti da tutta Italia, e pure da Parigi. Ci si riposa, si fanno belle escursioni sotto al Col Visentin. Senza dimenticare che il pensare, il discutere, il riflettere può entrare bene dentro il pacchetto ferie. Ecco che - ospiti dell’hotel Olivier - i non addetti ai lavori due volte al giorno guidati da quattro professionisti della filosofia (dalle 9 alle 10.30 al mattino e dalle 18 alle 19.30 alla sera) si ritrovano intorno a dei testi fondamentali. Dalle cui pagine si prende uno spunto per confrontarsi e per elaborare la propria idea. Ogni anno gli appassionati di vacanze filosofiche seguono un argomento differente: l’amore, il linguaggio, il tempo, il dolore. In Nevegal il filo rosso è dato dalla parola libertà, declinata da filosofi dell’antichità, medievali, moderni e contemporanei. Nessuna storia della filosofia, si badi bene.
«Per noi è solo un modo per esercitare la possibilità democratica di pensare, che non è di un élite di persone del settore - precisa il coordinatore, il filosofo Augusto Cavadi -. I partecipanti sono ingegneri, maestri elementari, magistrati, geometri, avvocati, operai».
Il senso di questo approccio filosofico, insomma, sta solo nel suscitare riflessione critica: «Il rischio oggi è l’imbonimento pubblico, dato anche dai media, per cui tutto si riduce a slogan e invettive - spiega Cavadi -. Le vacanze filosofiche sono così una bella esperienza perché, anche se non si è d’accordo, si rispetta sempre l’altrui personalità».

Per informazioni visionare il sito internet www.vacanzefilosofiche.it.

I cantieri per la pace - Castelbuono

Domenica, 29 Agosto 2010

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M. Angela Pupillo (2010) I cantieri per la pace. l’Obiettivo, 13, p. 5-6.

Ci vediamo giovedì 26 agosto a Pinerolo (Torino)?

Domenica, 22 Agosto 2010

Care e cari,
ho il piacere di invitarvi ad una conversazione, introdotta da don Franco Barbero, sul tema del mio “Il Dio dei mafiosi” (San Paolo, Cinisello Balsamo 2009).
L’appuntamento è per giovedì 26 agosto, alle ore 20,45, presso il F.A.T. (Centro terapeutico collegato alla comunità di base di Pinerolo), Vicolo Carceri 1 (a venti metri dal Municipio della città).

Se vi va, e potete, vi incontrerò con gioia.
A.

Essere ‘laico’: le disavventure storiche di un vocabolo

Mercoledì, 4 Agosto 2010

“Il bandolo”
Luglio – agosto 2010-08-01
La parola ‘laico’
Le parole hanno lo strano destino di mutare - secondo le epoche e secondo i contesti come se fossero esseri viventi. Il vocabolo ‘laico’ è un’ottima esemplificazione di questo destino generale. Nonostante oggi, nel linguaggio dei media, lo si adoperi essenzialmente in opposizione a ‘credente’, ‘religioso’, ‘confessionale’, la sua origine pare sia squisitamente cristiana. Etimologicamente, infatti, laico è colui che appartiene al popolo (in greco, laos): più esattamente, al ‘popolo di Dio’. Sarebbe bello riscoprire e custodire questo prezioso significato originario ! Tu non puoi essere suora cattolica o pope ortodosso o pastore protestante se non in quanto - prima di tutto ed essenzialmente - sei un ‘laico’: un membro del popolo di Dio. In questo senso, negli anni Sessanta del secolo scorso, un teologo cattolico progressista proponeva - non senza un pizzico di provocazione- che si abolissero tutti gli altri titoli onorifici e ci si salutasse, tra parrocchiani di un borgo di montagna come fra cardinali del Concistoro, solo con un “Eminentissimo laico!”.
Ma cosa è successo, invece, storicamente nella cristianità? Già nel Medioevo si è andata configurando una dicotomia che, per il Nuovo Testamento, sarebbe risultata incomprensibile: alcuni ‘laici’ restano ‘laici’, altri ‘laici’ ritengono che il loro ‘ministero’ presbiterale (letteralmente: da membri più ‘anziani’, più autorevoli) li collochi su un piano radicalmente differente - e superiore - rispetto al resto del ‘popolo di Dio’. Assistiamo dunque ad una prima grande metamorfosi del significato originario: ‘laico’ è, nel linguaggio teologico medievale (sostanzialmente immutato all’interno della terminologia in uso nella Chiesa cattolica romana e nelle Chiese acefale ortodosse), il battezzato che non è ‘prete’ né ‘vescovo’ né ‘papa’. Essere ‘laici’ significa non essere stati ammessi alla gerarchia sacerdotale (nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato): non aver ricevuto, mediante il sacramento dell’ordine, un ‘carattere’ che rende ‘ontologicamente’ irriducibili rispetto alla semplice base. E poiché un certo numero di preti sceglie di vivere in maniera monacale (sino al XII secolo) o in confraternite (da San Domenico e da San Francesco in poi), per una sorta di estensione vengono considerati ‘non laici’ anche gli uomini e le donne che rinunziano alla vita nel mondo e ‘professano’ i tre voti di obbedienza (ai ’superiori’), castità celibataria (intesa come rinunzia radicale ad ogni attività sessuale) e povertà (concepita come rinunzia radicale ad ogni diritto di proprietà privata). Come è noto, Lutero e gli altri riformatori hanno contestato questa suddivisione ‘ontologica’ fra battezzati-laici e battezzati-chierici, ripristinando una figura di pastore puramente ‘funzionale’. Ma, intanto, almeno in Italia e in altri Paesi a maggioranza (ufficialmente) cattolica, avveniva una seconda metamorfosi del vocabolo. Per una serie di ragioni storiche che sarebbe complicato richiamare, ‘laico’ inizia a significare non più solo ‘non-chierico’ (né consacrato mediante ‘voti’) ma, tout court, ‘non-cattolico’ e - poiché non si tiene conto della presenza, sia pur minoritaria, delle altre chiese diverse dalla cattolica romana - ‘non-cristiano’. Questa, grosso modo, la situazione attuale a cui ho fatto riferimento all’inizio. Ma ci possiamo accontentare del linguaggio dominante? Dobbiamo rassegnarci a intendere per ‘laicità‘ una sorta di neutralismo delle idee e di indifferentismo etico? O non dobbiamo provare a rivisitare il vocabolo, e a modificarne il significato, per evitare che le imprecisioni linguistiche fomentino la confusione delle idee e dei comportamenti pratici? La proposta che comincia a circolare negli ultimi decenni, e con la quale concordo, è di intendere la ‘laicità‘ non in antitesi a qualche altra dimensione antropologica bensì in sé stessa: come costellazione di atteggiamenti quali la curiosità intellettuale, la ricerca senza pregiudizi, il confronto sincero con le posizioni altrui, la tolleranza ed anzi la valorizzazione delle tradizioni diverse dalla propria…Così intesa, la laicità è compatibile con ogni convinzione religiosa: cattolica, ortodossa, protestante, ebraica, islamica, buddhista, induista, taoista, confuciana, animista, agnostica, atea. L’unica incompatibilità che può oscurare la laicità è costituita da un complesso di atteggiamenti mentali e comportamentali quali, la diffidenza verso il nuovo o il diverso, la rigidità fondamentalistica, la banalità conformistica, il dogmatismo atterrito dalle obiezioni che lo possono mettere in crisi…E’ del tutto evidente che, se si accetta questa interpretazione, è possibile trovare non solo veri laici fra credenti ma anche perfetti bigotti fra i non-credenti. Da quello che ne possiamo sapere, Socrate o Gesù di Nazareth sono stati dei ‘laici’ indomabili; Erode o Stalin dei bigotti a tutto tondo.

Bruno Vergani recensisce il mio “Filosofia di strada”

Lunedì, 2 Agosto 2010

Sul quotidiano telematico (gratuito) www.cronachelaiche.it del 29 luglio 2010 è stata ospitata una bella recensione di Bruno Vergani ad uno dei miei ultimi libri.
Sono sinceramente grato a Bruno perché, essendo egli un filosofo di vocazione e di tempra (non di mestiere), so quanto pesano le sue parole di uomo onesto e saggio impegnato nel lavoro creativo delle mani e nei rischi quotidiani del commercio.
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Augusto Cavadi, “Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche”, Di Girolamo, Trapani 2010.

Filosofia di strada
Nei licei e nelle università non si “fa” filosofia, ma si insegna storia della filosofia. Raro, in ambienti accademici e non solo, un approccio alla materia che favorisca percorsi praticabili, che permetta azioni consapevoli, che suggerisca prassi politiche. La filosofia pratica è disciplina che ci emancipa da questo approccio intellettualistico, perché offre metodi e strumenti per renderci attori consapevoli del percorso personale e collettivo che l’esistenza esige.

Conoscere la filosofia, i suoi esponenti, i suoi metodi non per mera e neutra erudizione, ma per mettere alla prova quel pensiero oggi, per declinarlo qui e ora, sperimentando nella concretezza del vivere quotidiano quei percorsi e contenuti, per verificare se e quanto rispondono alle domande fondamentali dell’essere, dell’esistere, del realizzarsi e del morire, per inventare ipotesi originali e iniziare percorsi inesplorati.

La filosofia pratica da alcuni decenni si sta diffondendo in occidente e Cavadi, pioniere della materia, spiega e testimonia in questo saggio cos’è e come si pratica. Fatica (pp. 350) specialistica ma nel contempo di indubbio interesse per molti. Specialistica perché insegna le origini della filosofia pratica, rendiconta gli sviluppi e le applicazioni sul campo, approfondisce in dettaglio il confronto dialettico con gli esponenti storici delle diverse “pratiche filosofiche” e delle relative scuole. Affronta in profondità il rapporto, talvolta ostico, con le discipline contigue, analizzando le possibilità di alleanza e i confini teoretici, pratici e deontologici; le sinergie e reciproci rischi di ingerenza rispetto a figure come lo psicologo, lo psichiatra e, razza in via d’estinzione tuttavia trattata, i direttori spirituali.

Approfondimenti specifici utili anche per i non addetti ai lavori che per analogia possono agilmente trasporre le tematiche specialistiche in contesti allargati o più prossimi; essendo il campo di lavoro il pensiero umano stesso, di fatto la filosofia pratica è applicabile a tutto e a tutti: dimensioni personali e collettive, familiari e sociali, professionali e artistiche, spirituali e politiche.
Qui sta, per il non addetto ai lavori, l’opportunità ma anche il rischio: un fai da te inevitabilmente approssimativo e autoreferenziale, senza un compagno di viaggio competente, può condurre all’equivoco, alla confusione, alla perdita di tempo, allo smarrimento.

La filosofia pratica non è banalizzazione, non è un approccio “new age” alla filosofia. Qui Cavadi tira fuori gli attributi del filosofo e chiarisce in profondità, spacca il capello in quattro esponendo con rigore scientifico la disciplina della filosofia pratica attraverso puntuali ed esaurienti connotazioni epistemologiche.
Non so se oggi per la strada si affrontino le faccende dell’essere, dell’esistere e del relazionarsi con questo metodo e competenza, comunque l’Autore così ha titolato: “Filosofia di strada”.
Poi ha aggiunto “La filosofia-in-pratica e le sue pratiche” il titolo vero.
Libro assolutamente da leggere e vivere.

“Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche”
Augusto Cavadi
Di Girolamo Editore, Trapani 2010, euro 28,00

Bruno Vergani

Ci stanno rubando pure il profumo di questa città

Sabato, 31 Luglio 2010

“Repubblica – Palermo”
31 luglio 2010-07-25

Come sono cambiati gli odori della città

Solo pochi anni fa, anche un cieco capiva di camminare per le strade di Palermo. Non era solo la mitezza della temperatura (disturbata solo da qualche grado eccessivo di umidità percentuale) a rivelarglielo, ma soprattutto la danza dei profumi. Persino soggetti dall’olfatto mediocremente sviluppato (come nel mio caso) avvertivano il cocktail delizioso di pomelie e di gelsomini in estate , le carezze di pittosforo in primavera. Piante e fiori giocavano ad intrecciare le loro gradevoli esalazioni sullo sfondo dell’odore, ora intenso ora sommesso, sempre inconfondibile, del mare. Sì, perché mafia e cattiva amministrazione (ammesso che una distinzione dei due termini abbia significato) ci avevano già dal dopoguerra privato della vista del mare: ma l’odore, questo non ce l’avevano ancora potuto rubare.
Adesso non è più così. Non ci avevo pensato, ma l’altro ieri un’improvvisa zaffata mi ha strappato all’illusione: un tanfo di sudicio, di stantio, è penetrato per le narici - no, mi correggo: per tutti gli orifizi, anzi per tutti i pori, del mio corpo – e mi ha raggiunto in quel punto indefinibile dell’intimo dove cervello, cuore e viscere s’identificano. Mi sono guardato intorno con sguardo risentito, quasi a voler cogliere sul fatto un sacchetto di rifiuti abbandonato o un cassonetto scoperchiato o una carogna di animaletto; ma, purtroppo, non ho individuato qualche cosa di preciso. Mi sono dovuto arrendere. Palermo non puzza per questo o per quell’altra spazzatura. Ormai, Palermo puzza. E basta.
Mentre gli uffici trasbordano di vigili urbani affaccendati (affacendati ?) a dare informazioni (la scorsa settimana, in via Dogali, quattro addetti all’uopo: ma uno interloquiva con il pubblico in coda, gli altri tre contemplavano ammirati l’eloquio del collega) o a sbrigare pratiche burocratiche (che potrebbero essere benissimo affidate a LSU diplomati) o fanno i portieri di lusso ai Palazzi del potere (non solo a piazza Pretoria, ma anche davanti alle sedi della Provincia, della Regione e – udite, udite ! – della Curia arcivescovile), i peggiori cittadini - in questo periodo spalleggiati dai peggiori turisti – continuano a imbrattare di cartacce, a inumidire di pipì d’ogni genere di animali (sé compresi), a disseminare cacche varie, a scaricare camion di relitti ingombranti. In alcune piazze (per esempio nella borgata marinara di Vergine Maria) il terreno sotto i cassonetti dell’immondizia, anche e soprattutto ‘umida’, non viene ripulito da nessuno per mesi, forse per anni. Neppure quando il camion con il sistema compattatore - salutato come una sorta di esercito liberatore in regime di occupazione straniera - passa a svuotare i contenitori ricolmi di rifiuti.
Così, settimana dopo settimana, mentre chi doveva gestire i servizi igienici urbani festeggiava - in alberghi extralussuosi di favolose località estere - la sponsorizzazione AMIA di barche a vela da competizione, Palermo è andata lentamente perdendo una delle sue ultime ricchezze: la sua gradevolezza olfattiva. Oggi, i ciechi possono ancora riconoscere senza difficoltà di deambulare per le strade del capoluogo dell’Isola della zagara: ma per ragioni esattamente opposte rispetto a pochi anni fa.
Augusto Cavadi

Don Pino Puglisi: sarà mai santo?

Giovedì, 29 Luglio 2010

“Repubblica – Palermo”
23 luglio 2010

Il dilemma del papa su don Puglisi

In vista della prossima visita a Palermo (3 ottobre) di Benedetto XVI, un nutrito numero di associazioni cattoliche, di preti, di laici, di simpatizzanti gli ha inviato (mediante il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone) una lettera-appello affinché don Pino Puglisi sia, finalmente, proclamato martire e santo della Chiesa cattolica. Sappiamo già che la canonizzazione non sarebbe priva di rischi: se don Pino è stato un ‘santo’, gli altri preti sono quasi legittimati a comportarsi da pastori ‘normali’. Dunque a convivere, senza troppi problemi, con i padrini del quartiere che, quasi unanimemente, si proclamano ferventi fedeli.
Ma i firmatari della lettera al papa si concentrano sull’altro versante della questione: con un atto simile, la Chiesa cattolica uscirebbe definitivamente da una cultura dell’equidistanza fra Stato democratico e mafia; farebbe una chiara scelta di campo; proporrebbe a tutti i suoi ministri un modello di prete che include, tra i propri compiti di evangelizzazione, la difesa gelosa e la diffusione dei princìpi etici che la mafia calpesta quotidianamente.
Ma cosa c’è dietro questa sollecitazione ‘dal basso’? Come mai centinaia di cattolici palermitani hanno avvertito la necessità di ricordare ai vertici ecclesiastici ciò che dovrebbe risultare di per sé evidente?
Ciò che non è noto all’opinione pubblica è che la causa di beatificazione di don Puglisi ha incontrato delle difficoltà e rischia, tuttora, di ristagnare in una impasse: perché definire martire cristiano uno che è stato ucciso non “in odio alla fede cristiana” (come prevede la normativa) bensì a causa del suo impegno sociale? La obiezione ha un senso: se fosse stato ‘solo’ un buon parroco di quartiere, interamente dedito al catechismo dei bambini e alla celebrazione dei sacramenti, don Puglisi sarebbe morto a tarda età sul suo letto. Come la stragrande maggioranza dei parroci palermitani nell’ultimo secolo e mezzo.
La questione teologica che si pone è dunque: come dev’essere il prete secondo lo spirito del Vangelo? Ha ragione chi pensa (e questa sembrerebbe la posizione oggi dominante in Vaticano) che il prete ‘vero’ è un funzionario della liturgia, impegnato a difendere l’istituzione ecclesiastica da urti e tensioni e a moltiplicare adepti soprattutto fra le nuove generazioni, o non è piuttosto un apostolo della parola e dell’azione che deve dare voce alle esigenze di giustizia, di libertà, di fratellanza, di solidarietà della gente tra cui è inviato? E’ chiaro che qui sono in gioco due opposte visioni di chiesa: da una parte la chiesa autoreferenziale, corazzata inaffondabile nelle tempeste della storia, guidata da nocchieri che si autodefiniscono infallibili; dall’altra la chiesa come comunità di credenti, barchetta esposta ai quattro venti, costituita da persone che condividono i dolori e le gioie, la fatica e la ricerca degli altri uomini e delle altre donne. Senza atteggiamenti di superiorità.
Come andrà a finire? Nessuno oggi è in grado di fare ‘profezie’, Se si guarda alla logica complessiva di questo pontificato, non è lecito nutrire eccessive illusioni: come don Peppino Diana in Campania, anche don Pino Puglisi è morto, come è vissuto, in maniera troppo ‘laica’ per meritare il massimo riconoscimento ecclesiale sulla terra.
Unico appiglio: che il papa e la Congregazione romana che si occupa del culto dei santi rispolverino la tesi medievale di san Tommaso d’Aquino, “dottore comune” dell’intera chiesa cattolica. L’illustre teologo ‘ufficiale’ l’ha scritto chiaro e tondo: Dio è anche Giustizia e chi muore per la giustizia, muore - lo sappia o meno – per la causa di Dio. Ma allora eravamo nel Medioevo storico, fisiologico: niente di paragonabile con la ristrettezza mentale del Medioevo di ritorno, patologico, in cui la chiesa cattolica sta precipitando. Insieme al resto delle società nominalmente cattoliche.

Ore per chiedere un passaporto in questura…

Sabato, 24 Luglio 2010

“Repubblica – Palermo”
21 luglio 2010

UNA GIORNATA IN FILA PER OTTENERE IL PASSAPORTO

Luogo: ufficio passaporti della questura di Palermo. Data: mattina di lunedì 19 luglio (ma potrebbe essere una qualsiasi mattina da giugno a settembre di ogni anno). Coda lunghissima già nelle prime ore (avanti a me 74 persone). Cerco di capire perché e, pezzo dopo pezzo, ricostruisco il puzzle. Primo fattore (dichiarazione di una poliziotta che, ogni tanto, viene a dare una mano all’unico impiegato che si fa in quattro con gesti precisi e decisi): sono assenti tre colleghi (uno in ferie, due in malattia). Secondo fattore: molto tempo si perde a chiedere e ricevere informazioni sui documenti necessari nelle varie ipotesi (richiesta da scapolo o da coniugato; da coniugato con figli minorenni o senza figli minorenni etc.). Alla sacrosanta domanda di una signora in coda (“Perché non scrivete al computer un foglio con le istruzioni e lo appendete alla parete?”), risposta della medesima poliziotta: “Sarebbe inutile. Tanto non lo leggereste”. Terzo fattore di disservizi: quando viene chiamato un numero, chi si presenta allo sportello non è invitato a esibire il relativo scontrino. Così intercetto la prima faccia furba che mi pare di individuare e, davanti a poliziotti silenti, pretendo che mostri al resto degli astanti lo scontrino. Alla fine si arrende: aveva il 90, cioè avrebbe dovuto attendere - grosso modo – un’ora e mezza ancora. Mi getta un’occhiata di odio e balbetta la scusa più scema: “Ma è da questa mattina che c’è gente che s’infila a sbafo e proprio con me Lei doveva cominciare a protestare?”. Quarto fattore di lentezza del turno: l’unico addetto che non si schioda per ore dalla sedia, cercando di fronteggiare da solo la marea montante degli utenti, chiede sottovoce a un collega in piedi (che, per la verità, era sempre molto cortese nel dare ogni tanto informazioni a chi gli si rivolgeva) di sedersi accanto a lui per sbrigare pratiche. Ma riceve un cortese rifiuto: “Non potrei firmarle”. “Non ti preoccupare” – insiste il primo – “tu le predisponi, io le controllo e le firmo”. Niente da fare. Quando si tratta di evitare fatica, le norme sono norme! Quinto fattore di ritardo: il poliziotto che-non-poteva-preparare-pratiche riceve una chiamata al cellulare, risponde gentilmente, si sposta per accogliere un signore in borghese, gli predispone la pratica e la sottopone alla firma del collega autorizzato, con una dichiarazione a mezza voce: “E’ un carabiniere con la moglie e la figlia, non mi pare il caso di fargli fare il turno”.
Sono davvero desolato. Il mio sguardo si incontra con lo sguardo di un anziano utente e mi pare di veder scoccare una scintilla di complicità: “Almeno in questura, almeno per l’anniversario della strage di via D’Amelio, uno si aspetterebbe un minimo di legalità, di trasparenza e di efficienza” – gli confido in nome del comune grigiore dei capelli. Lui mi squadra attento e, quasi a fatica, replica: “Ma cosa si aspetta da una categoria di statali che è entrata quasi sempre per raccomandazione? Di solito i poliziotti non vincono il concorso senza spinte clientelari. Non sanno neppure che cosa siano le regole uguali per tutti i cittadini. So quel che dico, ma non posso dire che funzione ho svolto nei miei quaranta anni di lavoro”. “Dove? ” “Al Ministero degli Interni”.

Augusto Cavadi

Ci vediamo a Castelbuono giovedì 22 luglio?

Domenica, 18 Luglio 2010

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Religioni: dalla tolleranza alla convivenza

Mercoledì, 14 Luglio 2010

“Repubblica - Palermo”
14 luglio 2010

COME RIUSCIRE A CONVIVERE CON CHI CREDE IN UN ALTRO DIO

Quali problemi pone, e quali proposte suggerisce, la coabitazione nel centro storico palermitano di cittadini appartenenti a differenti confessioni religiose (cattolici, ortodossi, protestanti, musulmani, induisti)? Un gruppo di consiglieri della I Circoscrizione ha voluto convocare esponenti di alcune di queste comunità per uno scambio di idee nello splendido giardino di Palazzo Jung, sede del Consiglio provinciale. L’iniziativa (svoltasi venerdì 9 luglio), introdotta da un concerto multietnico di musica mediterranea del coro dell’università, ha avuto l’indubbio merito di aprire per la prima volta una finestra ‘istituzionale’ su una problematica che, di anno in anno, si fa sempre più rilevante. Ovviamente, in quattro ore, non c’è stato modo di esaurire la tematica, ma alcuni punti nevralgici sono stati toccati e segnalati all’attenzione degli amministratori presenti.
Innanzitutto è emersa la tradizione storica, secolare, in cui si inserisce l’attuale convivenza in Sicilia: una tradizione ambivalente, che ha visto splendidi esempi di scambi pacifici ma anche orrende carneficine. Il Mediterraneo è stato un lago di pace, ma troppo spesso rigato di sangue: anche ai nostri giorni la ‘cattolicissima’ Italia, inserita nella ‘cristianissima’ Europa, riserva agli immigrati che non finiscono in pasto ai pesci un’accoglienza indecorosa. Senza contare la presenza di nodi esplosivi come il conflitto arabo-israeliano in Medioriente. Un dialogo costruttivo fra le diverse confessioni religiose non può che basarsi sulla domanda reciproca di perdono per le persecuzioni reciprocamente inflittesi dai tre grandi monoteismi (ebraico, cristiano e islamico).
Secondariamente si è sottolineata la radicale ignoranza teologica (dovuta anche a un sistema scolastico che non prevede nessuna seria trattazione della storia delle dottrine religiose) che costituisce il presupposto di ogni intolleranza: una ignoranza del ‘credo’ altrui che completa egregiamente l’ignoranza della propria stessa confessione di fede.
In terzo luogo è emersa la necessità di una piattaforma di ‘laicità‘ che possa garantire un ambito di incontro e di confronto: laicità intesa non come indifferentismo religioso, bensì come sincera attenzione alle intuizioni e alle tradizioni altrui. Se Dio esiste, è Egli ebreo, cristiano, musulmano o non piuttosto sé stesso, al di là delle categorie antropomorfiche ed etniche? Non è forse il Laico che accoglie con rispetto e tenerezza gli sforzi di ricerca degli uomini e delle donne di buona volontà, non esclusi gli eretici di ogni ortodossia?
In quarto luogo ci si è chiesti se la struttura urbanistica del centro storico, anche nella rivisitazione contemporanea del piano di recupero, non sia concettualmente etno-centrica: concepita per assicurare ai bianchi/siciliani/cattolici la centralità anche spaziale e simbolica, relegando immigrati di ogni colore e orientamento culturale in ghetti marginali. All’interno di questa problematica urbanistica (su cui si è registrata un’interessante convergenza di opinioni fra l’assessore comunale al centro storico Carta e padre Notari del centro “Arrupe”), un esponente delle comunità islamiche ha denunziato il ritardo, ormai più che decennale, dell’amministrazione nell’offrire ai diecimila fedeli presenti a Palermo dei locali di culto (dal momento che l’unica moschea a ciò deputata viene gestita in maniera contestata da un funzionario del consolato tunisino).
Come si evince da questi rapidi appunti, a Villa Jung si è appena avviato un cammino che, a mio parere, dovrebbe continuare con il metodo che da decenni viene sperimentato felicemente in città (ma solo per le diverse chiese cristiane) dal Segretariato per le attività ecumeniche: incontrarsi mensilmente e dare voce, per ogni incontro, ad una sola comunità religiosa affinché possa farsi conoscere e rispondere a domande e critiche. Solo se si esaminano analiticamente le posizioni e le proposte dei diversi gruppi (anche fortemente minoritari, come gli ebrei e i buddisti) ha senso che - ogni tanto - si programmino degli incontri a più voci. Altrimenti si rischia di sfiorare gli interrogativi cruciali e di rifugiarsi in dichiarazioni di principio che non sfondano la cortina della retorica d’occasione.

Augusto Cavadi