Archivi per la categoria ‘Politica’

Pure gli elicotteri della polizia sui lavavetri palermitani

Mercoledì, 21 Aprile 2010

“Repubblica - Palermo”
21.4.2010

SONO I LAVAVETRI IL PERICOLO PUBBLICO N°1

A tutti è capitato di perdere un ‘verde’ al semaforo a causa di un lavavetri intempestivo: ed è una vera scocciatura. Tanto più se qualcuno di questi diventa (come per la verità accade raramente) aggressivamente insistente. Il blitz dunque della polizia, su ordinanza dell’amministrazione comunale, con plateali arresti, multe e sequestro dei ‘corpi di reato’ (spugna e paletta) è senz’altro lodevole. Eppure…eppure c’è qualcosa, in un angolino del cervello, che resiste. Quasi un retrogusto di ingiustizia (sostanziale) nel bel mezzo di una decisione che parte da presupposti legali e mira a rafforzare la legalità.
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LA PAROLA LAICO

Giovedì, 25 Marzo 2010

“Migrazioni”, dicembre 2009

La parola ‘laico’

Le parole, come ogni essere che vive, hanno lo strano destino di mutare - secondo le epoche e secondo i contesti - in maniera sorprendente. Il vocabolo ‘laico’ è un’ottima esemplificazione di questo destino generale. Nonostante oggi, nel linguaggio dei media, lo si adoperi essenzialmente in opposizione a ‘credente’, ‘religioso’, ‘confessionale’, la sua origine pare sia squisitamente cristiana. Etimologicamente, infatti, laico è colui che appartiene al popolo (in greco, laos): più esattamente, al ‘popolo di Dio’. Sarebbe bello riscoprire e custodire questo prezioso significato originario ! Tu non puoi essere suora cattolica o pope ortodosso o pastore protestante se non in quanto - prima di tutto ed essenzialmente - sei un ‘laico’: un membro del popolo di Dio in cammino nella storia, un seguace del Salvatore e un fratello degli altri condiscepoli. In questo senso, negli anni Sessanta del secolo scorso, un teologo cattolico progressista proponeva - non senza un pizzico di provocatorietà - che si abolissero tutti gli altri titoli onorifici e ci si salutasse, tra parrocchiani di un borgo di montagna come fra cardinali del Concistoro, solo con un “Eminentissimo laico!”.
Ma cosa è successo, invece, storicamente nella cristianità? Nel Medioevo si è andata configurando una dicotomia che, per il Nuovo Testamento, sarebbe risultata incomprensibile: alcuni ‘laici’ restano ‘laici’, altri ‘laici’ ritengono che il loro ‘ministero’ presbiterale (letteralmente: da membri più ‘anziani’, più autorevoli) li collochi su un piano radicalmente differente - e superiore - rispetto al resto del ‘popolo di Dio’. Assistiamo dunque ad una prima grande metamorfosi del significato originario: ‘laico’ è, nel linguaggio teologico medievale (sostanzialmente immutato all’interno della terminologia in uso nella Chiesa cattolica romana e nelle Chiese acefale ortodosse), il battezzato che non è ‘prete’ né ‘vescovo’ né ‘papa’. Essere ‘laici’ significa non essere stati ammessi alla gerarchia sacerdotale (nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato): non aver ricevuto, mediante il sacramento dell’ordine, un ‘carattere’ che rende ‘ontologicamente’ irriducibili rispetto alla semplice base. E poiché un certo numero di preti sceglie di vivere in maniera monacale (sino al XII secolo) o in confraternite (da san Domenico e da san Francesco in poi), per una sorta di estensione vengono considerati ‘non laici’ anche gli uomini e le donne che rinunziano alla vita nel mondo e ‘professano’ i tre voti di obbedienza (ai ’superiori’), castità celibataria (intesa come rinunzia radicale ad ogni attività sessuale) e povertà (concepita come rinunzia radicale ad ogni diritto di proprietà privata).
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La versione integrale della lettera del sen. Capodicasa

Venerdì, 19 Marzo 2010

Il mio secondo articolo su “Repubblica” era basato su due lettere indirizzate al Redattore capo di Palermo e trasmessemi in via confidenziale dallo stesso Redattore per consentirmi di elaborare una risposta sintetica e conclusiva della polemica.
Il senatore Angelo Capodicasa ha adesso fatto pervenire al mio indirizzo personale copia della sua lettera chiedendomi di pubblicarla integralmente nel mio blog: cosa che faccio volentieri (una volta che sono direttamente in possesso del suo testo) per dare anche ai miei “venticinque lettori” la possibilità di farsi un’idea più completa.
Ringrazio intanto Capodicasa di aver accettato di interloquire sulle accuse rivoltegli da Arnone. A differenza di altri lettori del mio blog (che hanno preferito commentare anonimamente - diciamo pure vigliaccamente - il mio primo intervento su “Repubblica”), l’ex presidente della Regione siciliana preferisce il confronto pubblico, a carte scoperte. Forse, a chi non mi conosce personalmente, potrà sembrare strano; ma sarei felice, come elettore del centro-sinistra, scoprire che almeno Capodicasa sia differente dall’immagine che ne dà Arnone sul suo libro.
***
Caro Augusto Cavadi,
nell’articolo di venerdì cinque marzo, nel tentativo di decifrare il mio atteggiamento rispetto al contenuto di un libercolo pubblicato da Arnone, il cui titolo, chissà perché, la inquieta tanto, sciorina dotte nozioni di storia della democrazia che forse sarebbe stato meglio riservarsi per cose più importanti.
Secondo lei, che evidentemente non conosce bene i trascorsi dell’autore, egli con questo libro ci avrebbe fatto compiere un balzo avanti nel progresso democratico “provando ad attraversare il confine tra la barbarie e la civiltà” (sic!).
Sempre secondo lei sui contenuti del libro possono esprimersi solo dei magistrati per gli aspetti penali (ma quali?) e gli storici ( addirittura!) per gli aspetti etici.
Ora, a parte il fatto che non si comprende cosa c’entrino gli storici con gli eventuali aspetti etici (semmai gli storici dovrebbero, penso, accertare la veridicità dei fatti), mi pare che le faccia difetto una certa lucidità nel porsi di fronte a cotanto problema, sia pure, da “semplice cittadino” com’ egli afferma di essere.
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Le risposte del deputato Capodicasa e del senatore Crisafulli

Lunedì, 15 Marzo 2010

“Repubblica - Palermo”
12. 3. 2010

LE RISPOSTE CHE ASPETTAVAMO A QUEL PAMPHLET INFUOCATO

In un intervento di alcuni giorni fa (Quel pamphlet infuocato e lo strano silenzio del PD) mi chiedevo come mai due leader del maggiore partito di opposizione in Sicilia, apertamente accusati - in un libro dell’avvocato Giuseppe Arnone - di metodi clientelari e di relazioni spericolate con ambienti mafiosi, mantenessero un’assordante afasia. Sia il senatore Vladimiro Crisafulli che l’onorevole Angelo Capodicasa hanno scritto a “Repubblica” per rappresentare la ragione del loro atteggiamento, almeno apparentemente, indecifrabile: le accuse verrebbero - per riprendere le parole dell’ex presidente della Regione - da “un ex iscritto messo fuori dal partito dalla Commissione regionale di garanzia per aver violato lo Statuto e il codice etico del Pd”; anzi da “un soggetto in evidente debito di credibilità, che cerca di rifarsi una verginità e alla disperata ricerca di accreditamenti e di visibilità“;.
Francamente non saprei dire se questo giudizio su Arnone (del quale l’esponente del PD si assume in esclusiva la responsabilità) legittimi il loro sdegnato silenzio o, al contrario, ne renda ancor meno comprensibile la mancata reazione, in sede sia politica che giudiziaria. Se qualcuno (a maggior ragione se da me poco stimato) mi contestasse apertamente dei comportamenti illeciti, o immorali, non esiterei a scegliere fra la risposta documentata o la denunzia per diffamazione. Ma forse ha ragione l’onorevole deputato agrigentino quando scrive: “mi pare che a Cavadi faccia difetto una certa lucidità nell’interpretare il mio silenzio” e “temo che abbia una concezione originale della democrazia, sicuramente diversa dalla mia”.
Divergenze a parte (di cui non sono del tutto sicuro di dovermi rammaricare), preferisco in positivo registrare, comunque, un dato incoraggiante: la dichiarazione di Capodicasa di mettersi “a totale disposizione di chi - preso dal dubbio o dalla curiosità - voglia approfondire di più″ (così come ha già fatto “nelle sedi in cui gli è stato possibile farlo - come la Commissione Nazionale di Garanzia del Pd, dalla quale, su sua richiesta, è stato audito”). Una buona notizia, direi: da oggi anche i potenziali, comuni elettori del centro-sinistra sanno che a ogni loro domanda (purché avanzata senza il minimo riferimento al “libercolo” di Arnone, falsato da “cumulo di menzogne, ricostruzioni di comodo, manipolazione dei fatti”) sarà data, democraticamente, una risposta articolata (con “lealtà e buona fede”, a debita distanza da “teppismo politico, bullismo, piazzate e metodi da rissa”).
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Crisafulli e Capodicasa, Bersani e Bindi: nulla da dichiarare?

Venerdì, 5 Marzo 2010

“Repubblica - Palermo”
5.3.2010

QUEL PAMPHLET INFUOCATO E LO STRANO SILENZIO DEL PD

Una differenza decisiva fra i conflitti tribali e le battaglie politiche è l’uso della parola pubblica: nella preistoria della democrazia si cerca di eliminare tacitamente l’avversario, nei regimi civili lo si sfida ad argomentare razionalmente le sue scelte. Neppure in Sicilia il confronto aperto, con dati e deduzioni alla mano, costituisce la regola: tranne rare eccezioni, siamo ancora al tempo in cui il quotidiano “L’Ora” elencava accuse gravissime a Salvo Lima e questi opponeva, imperturbabile, il suo muro di silenzio. In questi giorni un noto esponente del PD siciliano, Giuseppe Arnone, sta provando ad attraversare il confine tra la barbarie e la civiltà. Ha infatti pubblicato un libro dal titolo inquietante (Chi ha tradito Pio La Torre?) e dal sottotitolo ancor meno equivoco (Relazione per Bersani e Rosy Bindi sulla questione morale nel PD in Sicilia).
Diciamolo subito: pamphlet come questo possono essere valutati o nel merito o nel metodo. Dal punto di vista del merito, dei contenuti, ritengo che solo i magistrati (per gli aspetti penali) e gli storici (per gli aspetti etici) abbiano le competenze necessarie ad esprimersi. Come cittadino, che osserva e cerca di capire, posso solo avanzare il sospetto che Arnone, quando elenca fatti e nomi, soprattutto a proposito di Mirello Crisafulli e di Angelo Capodicasa, non stia inventando nulla né stia calcando la mano per rappresentare vicende e personaggi a tinte più fosche della realtà.
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Una città di m…?

Giovedì, 4 Febbraio 2010

“Repubblica - Palermo”
2.2.2010

I CANI, CAMBRONNE E LE VIE DI PALERMO

Gli storici raccontano che, all’ingiunzione di arrendersi a Waterloo, il generale napoleonico Cambronne abbia risposto agli inglesi con un laconico: “Merde!”. E’ da allora che in Francia le persone educate usano un elegante perifrasi: “le mot de Cambronne”. In Sicilia non siamo così raffinati, ma abbiamo a disposizione una serie di sinonimi per difendere la nostra onorabilità: dagli infantili ‘cacca’ e ‘pupù′ ai dotti ‘escrementi’ e ‘feci’.
Per quanto strano possa sembrare, tanta è la cura nell’evitare di nominare i prodotti naturali della nostra attività digestiva quanta l’incuria nell’evitare di lastricarne le nostre strade. No, per carità: non è frequente (anche se mi è capitato più di una volta di assistere alla scena pietosa offerta da una povera matta senza fissa dimora) che un cittadino alleggerisca in pubblico le viscere costipate. Ma frequente, anzi frequentissimo, anzi abituale è che un cittadino consenta al proprio cane di farlo, senza preoccuparsi minimamente di raccogliere le tracce evidenti dell’operazione fisiologica. La parola ci turba, la cosa no: e nessuno sospetta che la maleducazione si manifesta in entrambe le modalità. Se mai, più gravemente nella seconda. Anni luce fa, in città comparvero delle macchinette che distribuivano, per pochi centesimi, guanti di plastica e paletta: ma, a parte il fatto che già allora persi più di una monetina senza avere in cambio gli arnesi promessi, ormai quelle colonnine sono scomparse. La decenza della città, l’igiene dei passanti, l’incolumità degli anziani e delle donne incinte (persone per le quali occasionali scivoloni - sul quinto elemento dimenticato da Empedocle - risultano più dannosi) è affidata al buon senso degli amici degli animali. Che, a giudicare da ciò che si vede, non è dei più elevati.
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Siete già donatori potenziali di midollo osseo?

Venerdì, 15 Gennaio 2010

“Centonove” 8.1.2010
(in edicola ma anche su www.centonove.it)

GIOVANNI E LA SAGGEZZA DEL COLIBRI’

Difficilmente qualcuno è disposto a dichiarare che la sopravvivenza di una bambina di dieci anni o di un anziano di sessantacinque non gli importa per nulla. A parole è difficile; ma, nei fatti, è frequentissimo. Di fronte all’immensità delle tragedie che assediano ogni giorno l’umanità ci assale infatti un senso di impotenza che finisce col paralizzarci del tutto: sì, d’accordo, tutto questo è assurdo, ma io che posso farci?
Un racconto brasiliano può forse aprire uno spiraglio nel buio in cui ci troviamo immersi. Narra di un incendio nella foresta e di un piccolo colibrì che, nel panico generale, corre verso l’oceano a prelevare col beccuccio qualche goccia d’acqua per versarla sugli alberi in fiamme. Va e torna in continuazione, sin quasi allo sfinimento. Un elefante se ne accorge e non può fare a meno di deriderlo: cosa pensi di concludere con questo andirivieni? Ma il colibrì non si lascia scoraggiare: è tutto quello che posso fare e lo faccio. Se anche gli altri facessero lo stesso, salveremmo la foresta.
Confesso che questa favoletta mi sostiene tutte le volte che sono tentato di cedere alla sfiducia, all’inazione. Mi ci appiglio quando rinnovo la donazione del sangue; quando qualche amico accetta di adottare “a distanza” un bambino e il suo villaggio; quando riesco a convincere un conoscente a non cestinare la tessera elettorale e a non lasciare che a decidere la sorte di noi tutti siano i concittadini che svendono il voto per un piatto di minestra (quasi sempre promnessa soltanto)…Ed è a questa favoletta che mi sono aggrappato in questi giorni in cui Giovanni, un giovane amico ventenne di Bassano del Grappa, mi ha spedito un appello dignitosamente accorato. Mi ha spiegato che la sua vita è appesa a un esile filo: trovare, in pochi mesi, qualcuno che sia in grado di donargli un po’ di midollo osseo. Mi ha spiegato che nel mondo solo un altro essere umano ogni 100.000 ha questa possibilità. E che scoprire chi è quest’altro è possibile solo se ognuno di noi cerca (per esempio attraverso il sito www.admo.it) l’indirizzo dell’ospedale più vicino dove, con una semplice analisi del sangue, potrà essere inserito nell’ IBMDR (il Registro nazionale dei donatori di midollo osseo) che ha appena compiuto in Italia i suoi primi vent’anni.
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La legalità rovesciata (a proposito di crocifissi)

Venerdì, 27 Novembre 2009

“Repubblica - Palermo”
27 novembre 2009

LA LEGALITA’ ROVESCIATA
Il dibattito nazionale sul crocifisso nei luoghi pubblici registra, in Sicilia, degli echi incuriosenti. Il sindaco di Enna, Rino Agnello, ha emanato un’ordinanza che “invita a mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole del comune come espressione dei fondamentali valori civili e culturali del Paese”, almeno sino a quando non si avranno notizie sull’esito del “ricorso alla Corte europea, espletato dallo Stato italiano”. Per evitare equivoci, il sindaco - in forza del recente “decreto sulla sicurezza” (!?) - commina una multa di cinquecento euro a chi, in ottemperanza alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, osi togliere il crocifisso da un luogo pubblico, soprattutto dalle aule scolastiche “di ogni ordine e grado”.
Per evitare complessi d’inferiorità, il sindaco di Chiusa Sclafani ci ha tenuto a non apparire di meno dell’illustre collega: invece di limitarsi a minacciarla, la multa l’ha davvero comminata alla preside dell’Istituto ‘comprensivo’ del Comune perché nel suo ufficio (non nelle aule scolastiche) la polizia municipale non ha trovato il sacro simbolo.
Decisioni doppiamente singolari: di solito, le amministrazioni siciliane sono tarde a recepire le direttive europee, ma - a quanto pare - sono rapidissime nel disattenderle. Inoltre è forse la prima volta, nella storia del diritto, che si prevede una pena pecuniaria non per chi contesta una sentenza, bensì per chi vi si adegua! (Spero che il sindaco di Palermo non si lasci afferrare dallo spirito di emulazione: i vigili urbani, in un eventuale blitz nei nostri licei, troverebbero in più di un’aula - al posto del crocifisso burocratico - un più funzionale pezzo di carta: “Torno subito!”).
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IL DISPREZZO DEL PROFESSORE

Domenica, 15 Novembre 2009

Repubblica – Palermo 15.11.2009

Elio Giunta
IL DIRITTO AL DISPREZZO
Edizioni Ila-Palma
pagine 75
euro 10

Senza dubbio intrigante l’idea di partenza: un anziano professore scrive una sorta di lettera aperta, sui grandi temi attuali, ai suoi “illustri ex allievi” (come il magistrato Ignazio De Francisci, l’onorevole Leoluca Orlando o il senatore Marcello dell’Utri). E la scrive dal punto di vista di un “intellettuale” convinto che suo compito non è principalmente di schierarsi con questo o quel partito, ma di promuovere ogni iniziativa, da qualsiasi organizzazione sociale provenga, mirata “all’integrità della persona umana e alla evoluzione del suo benessere e della sua libertà“. Intrigante l’idea, dicevo; ma, tutto sommato, un po’ deludente l’effettiva realizzazione. Quando Elio Giunta in questo suo Il diritto al disprezzo. Cosa pensa la gente della politica parla di tecnologia ed economia di mercato, di partitocrazia o di disoccupazione giovanile, le sue considerazioni scivolano senza graffiare.
Il discorso si modula su un registro più stimolante là dove parla del potere culturale - reale o presunto - in Sicilia. Ne ha per tutti (dai defunti come Sciascia e Guttuso ai viventi come Vincenzo Consolo, Andrea Camilleri, Elvira Sellerio e compagnia varia), ma il tono delle denunce è troppo acceso (a tratti livoroso) per non sollevare qualche dubbio su possibili risentimenti soggettivi. Che non aiutano certo l’oggettività delle analisi.

PER PROMUOVERE DAVVERO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Venerdì, 13 Novembre 2009

“Centonove” 13.11.09

LA COOPERAZIONE POSSIBILE

Nel 1977 il cancelliere tedesco Brandt ha lanciato - con un suo celebre “Rapporto” - l’idea di un Nord del mondo che, trasferendo nel Sud capitali finanziari e competenze tecniche, riducesse gradualmente la distanza fra le due parti del pianeta. Come osserva Tonino Perna nella sua efficace prefazione al bel volume di Mauro Cereghini e Michele Nardelli (Darsi il tempo. Idee e pratiche per un’altra cooperazione internazionale, EMI, Bologna 2008), si trattava di un’idea che “aveva una sua forza e un suo senso”, ma anche “un suo limite profondo: un’idea di sviluppo globale che partiva dall’Occidente per diffondersi nel resto del mondo, esportando modelli di consumo e sistemi produttivi che - come è stato dimostrato - hanno più impoverito che portato beneficio alle comunità locali”. Che fare a questo punto? Sbaraccare le numerose Ong (Organizzazioni non governative) che, negli ultimi quarant’anni sono sorte come funghi per attuare la politica della cooperazione internazionale? Oppure mantenerle in piedi come “progettifici”, privi delle originarie motivazioni etiche e politiche, tanto per tamponare - sia pur minimamente - la disoccupazione dei giovani occidentali?
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