“Migrazioni”, dicembre 2009
La parola ‘laico’
Le parole, come ogni essere che vive, hanno lo strano destino di mutare - secondo le epoche e secondo i contesti - in maniera sorprendente. Il vocabolo ‘laico’ è un’ottima esemplificazione di questo destino generale. Nonostante oggi, nel linguaggio dei media, lo si adoperi essenzialmente in opposizione a ‘credente’, ‘religioso’, ‘confessionale’, la sua origine pare sia squisitamente cristiana. Etimologicamente, infatti, laico è colui che appartiene al popolo (in greco, laos): più esattamente, al ‘popolo di Dio’. Sarebbe bello riscoprire e custodire questo prezioso significato originario ! Tu non puoi essere suora cattolica o pope ortodosso o pastore protestante se non in quanto - prima di tutto ed essenzialmente - sei un ‘laico’: un membro del popolo di Dio in cammino nella storia, un seguace del Salvatore e un fratello degli altri condiscepoli. In questo senso, negli anni Sessanta del secolo scorso, un teologo cattolico progressista proponeva - non senza un pizzico di provocatorietà - che si abolissero tutti gli altri titoli onorifici e ci si salutasse, tra parrocchiani di un borgo di montagna come fra cardinali del Concistoro, solo con un “Eminentissimo laico!”.
Ma cosa è successo, invece, storicamente nella cristianità? Nel Medioevo si è andata configurando una dicotomia che, per il Nuovo Testamento, sarebbe risultata incomprensibile: alcuni ‘laici’ restano ‘laici’, altri ‘laici’ ritengono che il loro ‘ministero’ presbiterale (letteralmente: da membri più ‘anziani’, più autorevoli) li collochi su un piano radicalmente differente - e superiore - rispetto al resto del ‘popolo di Dio’. Assistiamo dunque ad una prima grande metamorfosi del significato originario: ‘laico’ è, nel linguaggio teologico medievale (sostanzialmente immutato all’interno della terminologia in uso nella Chiesa cattolica romana e nelle Chiese acefale ortodosse), il battezzato che non è ‘prete’ né ‘vescovo’ né ‘papa’. Essere ‘laici’ significa non essere stati ammessi alla gerarchia sacerdotale (nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato): non aver ricevuto, mediante il sacramento dell’ordine, un ‘carattere’ che rende ‘ontologicamente’ irriducibili rispetto alla semplice base. E poiché un certo numero di preti sceglie di vivere in maniera monacale (sino al XII secolo) o in confraternite (da san Domenico e da san Francesco in poi), per una sorta di estensione vengono considerati ‘non laici’ anche gli uomini e le donne che rinunziano alla vita nel mondo e ‘professano’ i tre voti di obbedienza (ai ’superiori’), castità celibataria (intesa come rinunzia radicale ad ogni attività sessuale) e povertà (concepita come rinunzia radicale ad ogni diritto di proprietà privata).
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