Archivio 2006
INCONTRO SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 25 e 26 GIUGNO
Venerdì 16 alle ore 17,30, presso il salone della Chiesa valdese di via Spezio, la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” e il Centro studi “Bonelli” organizzano un dibattito pubblico sul prossimo referendum costituzionale. Relazione introduttiva di Livio Ghersi, dirigente dell’Ars.
PRESENTAZIONE DEL SEMINARIO ESTIVO
“Repubblica – Palermo”
12.7.06
NEW GLOBAL: IL GURU NELL’ISOLA
Come il movimento del Sessantotto, anche i new-global attuali hanno i loro guru intellettuali. Tra questi Serge Latouche, sostenitore nomade e brillante della teoria della “decrescita”. Come recita il titolo di uno dei suoi ultimi libri tradotti in italiano, l’economista francese è preoccupato del rischio - molto concreto ed immediato – che l’umanità non riesca a “sopravvivere allo sviluppo”. Per quanti della mia generazione hanno individuato nello sviluppo dei Sud del mondo (dal Meridione italiano ai Paesi del Terzo mondo) una mèta politica per cui spendersi, anche a costo di qualche sacrificio personale, la tesi suona abbastanza provocatoria. Né Latouche fa nulla per attenuarne l’impatto choccante: “Lo ‘sviluppo’ è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo. Ci sono parole dolci, che rinfrancano il cuore, e parole-veleno, che si infiltrano nel sangue come una droga, pervertono il desiderio ed oscurano il giudizio. ‘Sviluppo’ è una di queste parole tossiche” (pp. 28 – 29).
Ai responsabili della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” è sembrato che la sfida teorica e pratica fosse meritevole d’essere accolta, soprattutto dal punto di vista ‘meridiano’: non insiste, ormai da anni, Franco Cassano sulla necessità che il Sud smetta di idolatrare i modelli di sviluppo nordici e – senza presunzione, ma neppure complessi di inferiorità - elabori piste alternative? Che cessi di interpretarsi come il luogo “dove ancora non è successo niente e dove si replica male e tardi ciò che celebra le sue prime altrove”? Da qui l’idea di invitare Latouche ad un seminario di quattro giorni ad Erice - dalla sera del 3 al pranzo del 6 agosto (per informazioni e prenotazioni tf. 338.6132301-091.587437) - per provare a discutere con lui in maniera meno frettolosa di quanto consentano i talk-show televisivi o le sintetiche interviste giornalistiche.
Dopo la relazione iniziale dell’ospite francese, la discussione sarà avviata di volta in volta da alcuni esperti (Salvo Vaccaro dell’Università di Palermo, Santo Vicari della “Università etica per la condivisione della conoscenza” di Bruxelles e Umberto Santino del Centro “G. Impastato”) che, pur riconoscendosi negli stessi scenari di sfondo, hanno maturato perplessità, riserve e critiche rispetto alle tesi di Latouche. Non è difficile, infatti, che esse - acute nella diagnosi dei difetti del modello capitalistico imperante, con le buone e con le cattive, su quasi tutto il pianeta – risultino meno convincenti quando si tratta di controproporre delle terapie. E’ vero, infatti, che - “di fronte alla mondializzazione” – bisogna reagire con “una vera e propria decolonizzazione dell’immaginario e una deeconomizzazione degli spiriti, necessarie per cambiare il mondo prima che il cambiamento del mondo ci condanni a vivere nel dolore. Bisogna cominciare a vedere le cose diversamente perché possano diventare diverse, perché si possano concepire soluzioni veramente originali e innovative ” (p. 95). Ma, in concreto, come attuare una “decrescita conviviale” ed un “localismo” virtuoso che restituisca alla gestione democratica dal basso la cabina di regia della storia? Il professore parigino non è prodigo di indicazioni operative (anche perché le strategie di coinvolgimento dei partiti, dei sindacati, degli stessi governi nazionali e regionali, vanno calibrate secondo il contesto specifico delle aree del pianeta). D’altronde non si può pretendere da un intellettuale che - oltre ad indicare la méta - preconfezioni i mezzi per raggiungerla. Latouche stesso sembra esserne convinto. “Se si è a Roma e si vuole andare a Torino, e si è preso per sbaglio un treno per Napoli, non basta rallentare la locomotiva, frenare o anche fermarsi, bisogna scendere e prendere un treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli non ci si può limitare a moderare le tendenze attuali, ma bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall’economicismo” (pp. 84 – 85): tuttavia “l’alternativa allo sviluppo” non può “prendere la forma di un modello unico. Il doposviluppo è necessariamente plurale” (p. 74). Se – grazie alla sinergia delle istituzioni e dell’associazionismo culturale - anche in Sicilia si configurassero, con maggior precisione e consistenza rispetto al passato, delle ipotesi in tale direzione, l’appuntamento ericino avrebbe raggiunto il suo obiettivo primario. La politica è soprattutto previdenza del futuro: al contrario di ciò che constatiamo, l’amministrazione del presente - con la sua routine spesso grigia - dovrebbe costituirne soltanto il risvolto inevitabile.
Augusto Cavadi
Centonove
21.7.06
COM’È TOSSICO LO SVILUPPO
“Lo ‘sviluppo’ è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo. Ci sono parole dolci, che rinfrancano il cuore, e parole-veleno, che si infiltrano nel sangue come una droga, pervertono il desiderio ed oscurano il giudizio. ‘Sviluppo’ è una di queste parole tossiche” . Così Serge Latouche nel suo Si può sopravvivere allo sviluppo? tradotto recentemente in italiano dalla Bollati Boringheri di Torino. Come sfida, intellettuale e politica, non c’è male. Al tribunale del teorico della “decrescita” sono convocati in giudizio imprenditori, sindacati, governi (anche ‘progressisti’) e associazioni di volontariato internazionale. Per tutti uno stesso capo d’accusa: “Se si è a Roma e si vuole andare a Torino, e si è preso per sbaglio un treno per Napoli, non basta rallentare la locomotiva, frenare o anche fermarsi, bisogna scendere e prendere un treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli non ci si può limitare a moderare le tendenze attuali, ma bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall’economicismo”.
Ai responsabili della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” è sembrato che la sfida teorica e pratica fosse meritevole d’essere accolta, soprattutto dal punto di vista ‘meridiano’: dove la retorica dello ‘sviluppismo’ serve a legittimare i programmi elettorali più fumosi e inconsistenti e a giustificare le pratiche clientelari più spartitorie. Ormai da anni, d’altronde, intellettuali come Franco Cassano insistono sulla necessità che il Sud smetta di interpretarsi come il luogo “dove ancora non è successo niente e dove si replica male e tardi ciò che celebra le sue prime altrove”.
Da qui l’idea di invitare Latouche ad un seminario di quattro giorni ad Erice - dalla sera del 3 al pranzo del 6 agosto (per informazioni e prenotazioni tf. 338.6132301-091.587437) - per provare a discutere con lui in maniera meno frettolosa di quanto consentano i dibattiti radiofonici o televisivi a base di slogan.
Dopo la relazione iniziale dell’economista francese, la discussione sarà avviata di volta in volta da alcuni esperti (Umberto Santino del Centro “G. Impastato”, Salvo Vaccaro dell’Università di Palermo e Santo Vicari della “Università etica per la condivisione della conoscenza” di Bruxelles) che, pur muovendosi in un’ottica analoga, hanno maturato perplessità, riserve e critiche rispetto alle tesi di Latouche. Non è difficile, infatti, che esse - acute nella diagnosi del modello capitalistico dilagante, con le buone e con le cattive, su quasi tutto il pianeta – risultino meno convincenti quando si tratta di controproporre delle terapie. E’ vero, infatti, che - “di fronte alla mondializzazione” – bisogna reagire con “una vera e propria decolonizzazione dell’immaginario e una deeconomizzazione degli spiriti, necessarie per cambiare il mondo prima che il cambiamento del mondo ci condanni a vivere nel dolore. Bisogna cominciare a vedere le cose diversamente perché possano diventare diverse, perché si possano concepire soluzioni veramente originali e innovative ”. Ma, in concreto, come attuare una “decrescita conviviale” ed un “localismo” virtuoso che restituisca alla gestione democratica dal basso la governance? Il professore parigino non è prodigo di indicazioni operative (anche perché le strategie di coinvolgimento dei partiti, dei sindacati, degli stessi governi nazionali e regionali, vanno calibrate secondo il contesto specifico delle aree del pianeta). D’altronde non si può pretendere da un intellettuale che - oltre ad indicare la méta - preconfezioni i mezzi per raggiungerla. Latouche stesso sembra esserne convinto quando scrive: “l’alternativa allo sviluppo” non può “prendere la forma di un modello unico. Il doposviluppo è necessariamente plurale”. Sarebbe un passo importante se all’appuntamento di Erice si sentissero convocati non solo rappresentanti del volontariato e del mondo scolastico-universitario, ma anche delle istituzioni locali: non sarebbe tempo di uscire dalla logica della navigazione a vista, tra una tornata elettorale e l’altra, per provare a progettare sul lungo periodo un futuro diverso?
Augusto Cavadi
ASSOCIAZIONE SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA “GIOVANNI FALCONE”
IX Seminario Estivo di Spiritualita’ e Politica
Erice – Eremo La Casa del Sorriso 3/6 agosto 2006
Come sopravvivere allo sviluppo
Relatori
Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche (Parigi).
Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” (Palermo).
Salvo Vaccaro, docente di Filosofia della politica e di Scienza della Politica (Palermo).
Santo Vicari, segretariato del Comitato promotore dell’Università etica per la Condivisione
della Conoscenza (Bruxelles)
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Programma
Il seminario prevede l’esposizione della tesi sullo sviluppo da parte di Serge Latouche, il quale poi si confronterà con gli altri relatori. Sono previsti momenti di dibattito con i partecipanti al seminario i quali, se lo vorranno, avranno già avuto modo di legger il testo dello studioso francese che sarà consegnato all’atto dell’iscrizione. I lavori seminariali inizieranno nella mattina di venerdì 4 e si concluderanno entro il pranzo di domenica 6. Sono previste cinque sessioni (venerdì mattina e pomeriggio, sabato mattina e pomeriggio, domenica mattina). Le sessioni mattutine inizieranno alle ore 10, quelle pomeridiane alle ore 17.
Lo sviluppismo si fonda sulla convinzione che sia possibile ottenere la prosperità materiale per tutti, cosa che sappiamo essere dannosa e insostenibile per il pianeta. Secondo Latouche, bisogna mettere in discussione i concetti di crescita, povertà, bisogni fondamentali, tenore di vita e decostruire il nostro immaginario economico, chiamando così in causa l’occidentalizzazione e la mondializzazione. Non si tratta ovviamente di proporre un impossibile ritorno al passato, ma di pensare a forme di un’alternativa allo sviluppo: in particolare la decrescita conviviale e il localismo. (fonte: quarta di copertina del libro di Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo)
Luogo
L’Eremo la La Casa del Sorriso sorge alle porte di Erice (Contrada Cappuccini, 9 Erice Vetta – tel. 0923/869136). Lo stile originario cinquecentesco rivive oggi nella chiesa annessa che, dopo una profonda ristrutturazione, custodisce all’interno opere lignee dei secoli XVII e XVIII e una bella pala dell’Assunta. Il chiostro è semplice ma suggestivo, all’esterno dei solarium che danno sulle isole Egadi. All’interno le camere sono arredate elegantemente e delicatamente.
Prima di entrare ad Erice, a circa duecento metri dal parcheggio principale, si incontra a destra un distributore AGIP, subito dopo bisogna imboccare la strada a destra e seguire (circa 800 metri) la strada seguendo l’indicazione “Cappuccini”. Davanti al cancello si trova la scritta “Eremo La Casa del Sorriso”.
Costi
Pensione completa dalla cena di giovedì 3 al pranzo di domenica 6 agosto
€ 210 a persona nel caso di sistemazione in camere singole;
€ 190 a persona nel caso di sistemazione in camere doppie o matrimoniali.
Le prenotazioni devono giungere entro il 20 luglio 2006 e saranno valide dopo il versamento di un anticipo (non rimborsabile) di euro 70 a persona. Il resto della somma sarà versato all’inizio del seminario. L’arrivo è previsto dalle ore 15,30 di giovedì 3 agosto. La quota è comprensiva dell’iscrizione al seminario e del libro: Serge LATOUCHE – Come sopravvivere allo sviluppo: dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa – Torino: Bollati Boringhieri, 2005. L’iscrizione al seminario per i non residenti è di € 30 (€ 10 se si partecipa ad una sola giornata o frazione di essa).
L’ANTICIPO PUO’ ESSERE CORRISPOSTO NEI SEGUENTI MODI
*Con versamento sul conto corrente postale (previa verifica della disponibilità di posti al 3386132301), n°. 12349908 intestato a “Scuola di Formazione etico-politica G. Falcone”, Via Resuttana, 352, 90145 Palermo, specificando la causale e il numero di quote versate.
*Tramite versamento diretto presso la sede legale della Scuola, Via Resuttana, 352 - Palermo, (c/o Studio Avv. Spalla, tel. e fax. 091514851).
*Contattando i componenti del Direttivo della Scuola: Marcella Calandra (0917302875), Augusto Cavadi (338.4907853), Rosellina Chibbaro (3475231310), Roberto Matta (3397649656), Francesco Palazzo (3386132301), Luigi Salamone e Daniela Barbesco (3339799773 – 091587437), Giovanni Burgio (091582647), Carmelita Li Vigni (0916819044). Indirizzo di posta elettronica per chiarimenti e contatti: francipalazzo@tiscali.it.
INTERVISTA A LATOUCHE
“Repubblica – Palermo” 17.8.06
LA RICETTA LOCALISTICA DI LATOUCHE
Serge Latouche, economista francese (“un marinaio bretone”, ama precisare orgoglioso del suo inseparabile berretto blue) di ampia notorietà internazionale, ma eretico. E non su questo o quell’altro dettaglio di dottrina, ma su una questione centrale: la necessità di superare l’ottica economica (che sta accompagnando il pianeta alla catastrofe) per leggere la storia, presente e soprattutto imminente, da una prospettiva più ampia. Che includa la politica, la cultura, l’etica e, soprattutto, la dimensione sociale dei rapporti interpersonali. Forse proprio questo è tanto richiesto nei convegni in cui si prova a disegnare un mondo alternativo. E’ in Sicilia, ospite della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”: lo incontriamo per cercare di capire se le sue teorie ‘antisviluppiste’ possano interessare la nostra regione.
Nella Sua interpretazione, l’Occidente è stato dannoso prima per il Terzo mondo, adesso anche per sé stesso. Esso infatti è fondato sull’idea di ‘sviluppo’: ma è proprio questa categoria, diventata quasi un idolo, a minacciare il futuro della Terra. Da qui la necessità di de-occidentalizzare il mondo. Ma questo può valere anche per la Sicilia? Si può uscire dall’ottica occidentale del Primo mondo quando ancora non vi si è entrati del tutto?
- La Sicilia è un caso a parte. Forse tutti i casi sono particolari, ma la Sicilia può risultare – almeno ai siciliani - particolarmente particolare. La questione meridionale, antica di più di un secolo, attesta che la contraddizione fra il Nord e il Sud del mondo passa anche attraverso l’Italia. Ma è poi vero che la Sicilia non sia al centro dell’Occidente? Dal punto di vista della storia, lo è stata. Non così dal punto di vista economico: da questa angolazione è infatti, per dirla col Wallerstein, periferia o semiperiferia. E’ come se essa avesse conservato il peggio del Terzo mondo, senza aver ottenuto tutti i vantaggi del Primo mondo.
Lei ha partecipato in questi giorni ad Erice ad un seminario incentrato sulle sue tesi circa la necessità di invertire la marcia trionfale verso il progresso. Data la condizione di ambiguità della Sicilia, in che modo pensa che possa valere anche per essa la sua “teoria della decrescita”?
- Imboccare la strada della decrescita in Sicilia è importante proprio perché essa possiede ancora un patrimonio da salvaguardare non solo naturalistico, ma anche artistico, culturale e anche economico. Vi sono infatti mestieri, sia contadini che artigianali, che sarebbe un delitto abbandonare per sempre. Ma al medesimo tempo si capisce che è più difficile che in altre regioni industrializzate perché il desiderio di partecipare alla società dei consumi è più forte: si deve oltrepassare la colonizzazione dell’immaginario. Due i suoi vantaggi principali, per altro legati fra loro: è geograficamente un’isola e possiede
una forte identità culturale.
Non si tratta allora, come insinua qualche suo critico, di tornare indietro nel tempo, agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando nel Meridione scarseggiavano cibo e vestiario…
…Ma per niente! Si tratta di costruire una vera post-modernità traendo le lezioni della civiltà industriale e, nel medesimo tempo, preservando gli aspetti positivi della tradizione. Una società della decrescita significa, prima di tutto, una società che ritrova il senso del limite e ripudia una logica di tracotanza (la hybris condannata dai Greci che in questa vostra terra hanno lasciato tante tracce rilevanti). Significa una società ecologicamente sostenibile, meno consumista ma al medesimo tempo meno ingiusta, più ricca dal punto di vista delle relazioni umane: meno spreco, più riciclaggio e riutilizzo dei prodotti usati, più tempo libero e più occupazione per tutti. Per realizzare questo si deve non solo rilocalizzare le attività produttive (agricoltura, artigianato, industrie…) ma, soprattutto, ritrovare il senso del vivere localmente anche se con uno spirito aperto sul mondo.
Anche recentemente in Sicilia sono apparsi dei movimenti politici che, scimmiottando la Lega Nord di Bossi, propugnano un’autonomia amministrativa ed economica molto più accentuata di adesso. Del resto, è una vecchia aspirazione delle associazioni mafiose fare della nostra isola uno Stato separato dal resto del Paese…
C’è sempre la possibilità di strumentalizzare le aspirazioni legittime di un popolo all’autogoverno. Bisogna essere chiari sul progetto di società post-moderna che vogliamo costruire. Il localismo da me auspicato non è un ripiegamento aggressivo contro gli altri ma la volontà di partecipare alla costruzione di un futuro sostenibile per il pianeta. Insomma: si tratta di articolare le diverse esperienze di autogestione locale in modo da interconnetterle, come in Italia cerca di fare la rete “Nuovi municipi” .
Augusto Cavadi
PRESENTAZIONE SEMINARIO DI PETRALIA SULL’EUTANASIA
“Repubblica – Palermo”
29.9.06
Malattia e dolore: una sfida culturale.
Pochi lo sanno, ma l’Ospedale Civico di Palermo si è dotato da alcuni anni di un hospice per malati terminali. Quando ho avuto modo di visitarlo, in circostanze non proprio allegre, stentavo a credere ai miei occhi: stanzette singole arredate di tutto punto e con gusto, corridoi lindissimi, salottini per leggere, vedere la tv o semplicemente conversare con gli ospiti. Si era davvero in una struttura pubblica del profondo Sud o in una clinica privata svizzera? Unico neo: la limitatissima recettività. Non più di quattordici degenti a volta (con lunghe, e dolorose, liste d’attesa).
Questo fiore all’occhiello del Civico non si sarebbe realizzato senza la testardaggine fattiva di alcuni operatori sanitari - come il direttore dell’unità operativa “cure palliative” Giorgio Trizzino - che da anni provano a modificare i tratti essenziali dell’atteggiamento culturale più diffuso nei confronti della sofferenza fisica. I medici, gli infermieri, i parenti, i malati stessi recepiscono - in genere – alquanto passivamente la duplice convinzione tradizionale che la vita biologica sia un valore assoluto, da salvaguardare ad ogni costo, e che il dolore ne costituisca una dimensione ineliminabile, anzi salutare.
Alla luce di questi due princìpi, tanto più condivisi quanto meno sottoposti a discernimento, si è sedimentata una prassi discutibile e, oltre un certo limite, francamente aberrante: la meritoria ricerca di nuovi rimedi clinici è diventata - lentamente ma inesorabilmente – accanimento terapeutico (sia a scopo di lucro nel caso dei pazienti danarosi sia a scopo sperimentale nel caso dei pazienti indigenti e indifesi). In più, e in peggio, questa spasmodica ricerca di espedienti per prolungare la sopravvivenza fisica del paziente (che sarebbe, comunque, sintomo di voglia di innovazione) non si accompagna ad un uguale attivismo nella ricerca di analgesici efficaci. Insomma: ci si ingegna ad allungare la vita senza sovvertire la radicata diffidenza verso tutti quei farmaci che possano, ottundendo la sensibilità del malato grave, lenirne la sofferenza organica e psichica. Ancora in queste settimane ho constatato un’inimmaginabile resistenza, da parte dei medici di base, ad assumersi la responsabilità deontologica di prescrivere oppiacei e altri sedativi forti a soggetti in preda ai sintomi tipici degli stadi terminali (anche per evitare la catena di adempimenti che la normativa attuale impone a chi prescriva simili farmaci). In questo clima culturale così arcaico è facile intuire quanto sia arduo anche solo impostare laicamente la questione della legalizzazione dell’eutanasia (come dimostra il vibrante appello dal suo giaciglio d’ospedale, al Capo dello Stato, di Piergiorgio Welby) . �
Se la politica non fosse, come l’ha definita ironicamente qualcuno, l’arte di distrarre la gente dai problemi veramente rilevanti, sarebbe questo un ambito prioritario di riflessione e di mobilitazione popolare. Checché ne abbia scritto Francesco Merlo sulle pagine nazionali di “Repubblica”, infatti, è illogico ipotizzare che parlamento e governo si esonerino dal dovere di fissare - per quanto pochi ed essenziali – dei paletti giuridici. La preoccupazione dev’essere piuttosto un’altra: che Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi provino a sintonizzarsi con la reale coscienza etica dei cittadini (in questo caso – pare - illuminata) e non con centri di potere ecclesiastico (a cui, per altro, si attribuisce un seguito popolare più immaginario che effettivo persino fra i cattolici). E proprio per creare un’occasione democratica di informazione e di discussione sul tema, che possa fornire anche ai rappresentanti del potere legislativo indicazioni meditate, la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” organizza, nel week-end fra sabato 30 e domenica 1, un seminario residenziale presso l’ex-convento dei “Padri riformati” (oggi suggestiva sede universitaria) messo a disposizione dall’amministrazione comunale di Petralia Sottana (per iscrizioni tf. 091.514871-328.8135673-338.4907853- pspalla@neomedia.it). L’invito è rivolto a professionisti della sanità (tra cui cultori di medicine ‘alternative’), giuristi, filosofi e teologi: ma, soprattutto, alle persone ‘comuni’ che hanno sperimentato - o sperimentano in atto - la visita devastante della malattia nella loro casa se non, addirittura, nella loro carne. Ed anche a quanti si cullano nell’illusione infantile che certe cose debbano capitare soltanto agli altri. Le soluzioni istituzionali, sia normative che burocratiche ed organizzative, si trovano: ma non prima che l’evoluzione della coscienza collettiva ne avverta l’esigenza, le chieda con forza, pressi da vicino chi ha la titolarità per vararle. E ciò non avverrà sino a quando, già a livello mentale, non sarà maturata la convinzione che la difesa della vita biologica è sensata a patto che ciò non mortifichi altre dimensioni della persona; e che il dolore fa parte dell’esperienza umana di fatto, come uno scacco, non di diritto, come un merito. Insomma sino a quando la maggioranza dei cittadini - anche grazie all’opera degli intellettuali, degli artisti e dei mezzi di comunicazione - non si sarà convinta che, per quanto preziosa, la durata della vita è meno rilevante della sua qualità.
Augusto Cavadi
La Suola di Formazione Etico -Politica Giovanni Falcone organizza
il convegno-dibattito:FRA EUTANASIA E ACCANIMENTO TERAPEUTICO IMPLICAZIONI FILOSOFICHE, RELIGIOSE, MEDICHE
E POLITICO-GIURIDICHE DI UNA SCELTA DRAMMATICA
Petralia Sottana (PA) - Convento dei Padri Riformati
Sabato 30 settembre - Domenica 1 ottobre 2006
Relatori:
a.. Dott. Carmelo Samonà, medico antroposofo
b.. Dott. Giorgio Trizzino, Vice Direttore Sanitario A.R.N.A.S. Civico di Palermo, Direttore U.O. Cure Palliative - Hospice
c.. Prof. Augusto Cavadi, consulente filosofico.
Il convegno è così articolato: nel pomeriggio di sabato, registrazione degli iscritti e presentazione dell’iniziativa e dei relatori; si cercherà, poi, di fare emergere, anche a mezzo di gruppi di lavoro, gli aspetti più coinvolgenti delle problematiche proposte. Nella giornata di domenica: relazioni su tali attività, conferenze e dibattiti. E’ possibile iscriversi alle attività previste per la sola giornata di domenica.
I principali argomenti che potranno essere approfonditi nel dibattito sono: eutanasia attiva e passiva; cenni sulla legislazione vigente e prospettive legislative; consenso e dissenso informato; testamento biologico e direttive anticipate; suicidio assistito; cure palliative e terapia del dolore; autodeterminazione e ruolo dei parenti; accanimento terapeutico e rifiuto delle cure; qualità della vita e significato del dolore in relazione alle varie concezioni della vita e della morte.
PROGRAMMA DELLE ATTIVITA’
Sabato 30 settembre
17,00 -17,30: registrazione dei partecipanti
17,30-18,00: Avv. Pietro Spalla: presentazione dell’iniziativa e dei relatori; brevi cenni sulle normative vigenti in alcuni Paesi.
18-19,30: brainstorming sulla problematica in esame, eventualmente in gruppi più ristretti
Domenica 1 Ottobre
10.15: Avv. Pietro Spalla: breve relazione sui lavori del giorno precedente
10,30 - 11,10: dott. Carmelo Samonà: relazione su “Necessità e libertà nei confronti della malattia e della morte”
11,10 - 11,50: dott. Giorgio Trizzino: relazione su “Etica e deontologia nelle cure di fine vita”
11,50 - 13.00: primo dibattito
16,00 -16.40: prof. Augusto Cavadi: relazione su “Alcune considerazioni dal punto di vista filosofico e teologico”
16,40 - 17.30 : secondo dibattito e conclusione dei lavori.
L’iniziativa, com’è nello stile dell’associazione, ha carattere seminariale e darà spazio al dibattito con i partecipanti, i cui contributi e le cui esperienze saranno incoraggiati e valorizzati.
Le iscrizioni dovranno avvenire a mezzo comunicazione telefonica o per posta elettronica, servendosi dei recapiti in calce indicati. La quota di iscrizione al corso è di ? 10,00 (dieci) a persona, da corrispondersi in loco.
ISTRUZIONI PER RAGGIUNGERE IL SITO E PER L’ALLOGGIO
Il convegno si svolgerà nella sala-convegno attrezzata del Convento dei Padri Riformati (gentilmente messa a disposizione dal Comune di Petralia Sottana) che si trova nella strada che conduce da Petralia Sottana a Petralia Soprana.
Petralia è raggiungibile dall’autostrada Palermo-Catania (svincolo Tre Monzelli) percorrendo, poi la SS 120.
Per il pernottamento tra sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre è possibile alloggiare all’Albergo delle Madonie (0921641106) al prezzo comunicatoci di ? 70,00 per la doppia, compresa prima colazione. Vi elenchiamo altre possibilità di alloggio, tutte in paese. Si tratta di Case Albergo e B&B (prezzi tra 40 e 60 euro per una doppia, in genere compresa prima colazione): ll Castello (0921641250, 0921680105, 3409697694); Farinella (0921641101, 0921680548, 3471032857); Imera (3282763349); Provenzano-Bellina (3497814729); La Badia (3471369056); L’Agrifoglio (0921641872, 3408630314, 3204319588); La Meridiana del Corso (0921641537, 3200342412); Al Casale (0921641973, 3487496860).
Il Presidente
(Francesco Palazzo)
DOPO IL SEMINARIO
“Centonove” 27 ottobre 2006EUTANASIA E FORMAZIONEA che conclusioni è arrivato il seminario sull’eutanasia organizzato qualche settimana fa a Petralia Sottana dalla scuola di formazione “G. Falcone” ? Ai lettori interessati potrebbero riuscire istruttive alcune considerazioni - sia pur telegrafiche - emerse dalla discussione. Una prima considerazione, attestata dai medici presenti, riguarda l’iter formativo universitario: agli studenti si parla di diagnosi, prognosi e terapie ma si tace rigorosamente sulla morte. L’evento cruciale nella vita del malato viene rigorosamente tabuizzato: come si poteva diventare magistrato in Sicilia senza aver studiato neppure per un’ora la mafia, così si può diventare operatore sanitario (medico o paramedico) senza essere preparati a rapportarsi con l’esito infausto. Non si tratta, ovviamente, di un deficit puramente nozionistico: a mancare è un’alfabetizzazione emotiva così che ogni singolo terapeuta è costretto ad improvvisare il proprio modo di comunicare con il malato terminale e con la famiglia. Da qui la necessità, insistentemente evocata, di attivare luoghi e modalità per una duplice formazione: all’accompagnamento dei morenti sino al passo estremo e all’accompagnamento di chi - per professione o per legami di parentela o per scelta di volontariato – esercita tale accompagnamento.
Una seconda considerazione riguarda la prassi quasi unanime del “consenso informato”. Nonostante la normativa vigente, lo si riduce a pura formalità burocratica: nel Meridione - ma, a quanto pare, anche altrove in Italia - al paziente non vengono spiegate né la gravità della malattia né la gamma delle possibili terapie (con relativi effetti collaterali). In ossequio alla cultura dominante, che ha eletto la tecnologia a valore indiscutibile, si dà per scontata la disponibilità del malato ad ogni tipo di intervento meccanico invasivo pur di prolungare la vita biologica: poi, quando la spina è stata inserita, ci si pone il problema se staccarla o meno (e di chi debba assumersi la responsabilità di una scelta così drammatica). Ma se si ribaltasse l’impostazione? Se si desse per scontato che ognuno di noi vuole vivere e morire ‘naturalmente’, sì da sottoporre a terapie straordinarie solo coloro che ne facessero – a voce o per “testamento biologico” – esplicita richiesta? Nonostante il buon senso di queste prospettive, esse potrebbero entrare nella mentalità e nella pratica quotidiana solo a costo di spodestare i medici dal ruolo attuale di padroni del destino dei malati: una detronizzazione che toglierebbe loro il potere monopolistico di disporre del corpo sofferente altrui, ma li alleggerirebbe di ogni eccessiva responsabilità morale.
Questi princìpi orientativi appartengono alla cultura (più diffusa in ambienti confessionali) della “sacralità della vita” o (più diffusa in ambienti laici) della “qualità della vita”? Come è facile constatare, si tratta di criteri di giudizio e di comportamento che precedono ogni comoda ma fuorviante contrapposizione schematica. In realtà, quando non si usano le formule come manganelli ideologici per battaglie elettorali del tutto indifferenti alle tragedie personali, si scopre - è stata questa una terza considerazione emersa dalla discussione a Petralia – che credere davvero alla ‘sacralità’ della vita non è appannaggio esclusivo delle coscienze religiose e, soprattutto, che ciò non esclude - ma al contrario implica – un’attenzione alla ‘qualità’ della vita. Se la vita è sacra, lo è dappertutto ed interamente. Lo è dappertutto: nel caso dei malati di tumore, ma anche dei soldati mandati a combattere in nome della democrazia e dei civili falcidiati dai bombardamenti; ma anche delle madri africane prive di medicine contro l’Aids e dei bambini che non hanno cibo né acqua per sopravvivere; ma anche dei bovini allevati in condizioni disumane in vista della macellazione e dei volatili sterminati per passatempo…Sarebbe dunque, anche politicamente, opportuno chiedersi quanto sia giusto investire risorse finanziarie pubbliche affinché un ottantenne arrivi – zeppo di tubi ed aghi - a ottantadue anni senza preoccuparsi, prioritariamente, di evitare che una ragazza attenda dieci mesi per l’asportazione (tardiva) di un tumore maligno perché non ha il denaro per pagarsi la visita privata presso lo studio del primario ospedaliero. E se la vita è sacra, lo è in tutte le sue dimensioni: quando un soggetto ritiene di essere mortificato irreversibilmente nella sua esigenza di pensare, di esprimersi, di relazionarsi affettivamente al prossimo, di esercitare autonomamente le proprie attività fisiologiche, chi ha il diritto di imporgli la sopravvivenza in nome di princìpi teologici o etici o politici? Perché sarebbe sacra l’intangibilità materiale di un cuore che batte e non l’intangibilità spirituale di un cervello che ragiona e decide? E’ davvero paradossale: ci si aspetterebbe che a difendere ad oltranza la durata fisica della vita fossero, soprattutto, quanti pensano che l’uomo sia solo un grumo di materia destinata a dissolversi; invece sono, soprattutto, quelli che dichiarano di credere in una dimensione spirituale della persona e in suo futuro ultraterreno. E l’illogicità della mentalità comune arriva al punto da ritenere lecito alleviare con l’eutanasia ‘attiva’ le sofferenze di un cane perché è ‘solo’ un animale, ma illecito liberare un soggetto umano dalle stesse sofferenze con un’eutanasia anche solo ‘passiva’ perché, in virtù della sua dignità spirituale, è ‘più’ di un animale.
Insomma: siamo in un campo in cui il dialogo fra esseri ragionevoli è inquinato da pregiudizi e chiusure fanatiche. In questo scenario si aprono, però, spiragli di luce (e siamo ad una quarta ed ultima considerazione): un papa che, a un certo punto, rifiuta di sottoporsi ad accanimento terapeutico e grida il suo diritto di morire in pace; teologi cattolici che, prendendo le distanze dai monsignori telegenici, assumono un atteggiamento mentale molto elastico in fatto di eutanasia (almeno passiva); chiese cristiane, esterne al recinto cattolico, che vanno moltiplicando le prese di posizione ufficiali a favore di una libertà di dibattito sulla base non di diktat dogmatici quanto di argomenti razionali.
Augusto Cavadi
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